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Ordini professionali: ecco l’emendamento alla manovra e i… “responsabili”

Le liberalizzazioni si faranno, ma non riguarderanno gli ordini professionali. E' quanto stabilisce l'emendamento sulle liberalizzazioni a firma di Gilberto Pichetto Fratin (Pdl), il relatore della manovra in commissione Bilancio del Senato. In base alla proposta di modifica, non si toccano "le categorie riconosciute dall'articolo 33, quinto comma, della Costituzione" (gli ordini professionali) ma per stimolare la crescita "il Governo formulerà alle categorie interessate proposte di riforma in materia di liberalizzazione dei servizi e delle attività economiche". Dopo di che, trascorso il termine di 8 mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto "ciò che non sarà espressamente regolamentato sarà libero".

Il primo firmatario della lettera di 22 parlamentari del Pdl che hanno chiesto di eliminare l'abolizione degli ordini è Luigi D'Ambrosio Lettieri. Tra gli altri, ha firmato anche Fabio Rampelli. Il presidente del Senato, Schifani, "ha mediato" per trovare una soluzione. Anche Antonino Caruso, senatore Pdl e avvocato, è tra i sostenitori, così come Maurizio Gasparri che ha negato che la questione costituisca un problema.

Ma su una manovra che può, almeno per ora, contare sul voto delle opposizioni, possono 22 parlamentari imporre interessi così di parte?

  • Romani Nicoletta |

    Sono perfettamente contraria all’abolizione degli Ordini Professionali, perchè non credo che la crisi dell’Italia sia colpa loro.

  • michele |

    Mi chiedo se in Italia ci sia uno STATO DEMOCRATICO e SOVRANO o sono le varie corporazioni che gestiscono tutto? Se non è sufficiente avere una laurea per potere esercitare una professione significa che c’è qualcosa che non và.Gli studenti non sono preparati,bene,”ammaziamoli” durante il percorso degli studi, pretendiamo più preparazione,ma una volta laureati non si devono porre limitazioni allo svolgimento della professione, perchè sono le ISTITUZIONI e solo le ISTITUZIONI che abilitano alle Prosessioni. Gli ordini sono delle associazioni,anche importanti,ma non possono e non devono sostituire lo STATO, ma organizzare la professione deontologicamente. Gli attuali esami sono una lotteria che serve solo a limitare la categoria.Il mercato del lavoro dirà chi merita.Faccio una domanda:Quanti tra figli di “PROFESTIONISTI” soffrono come un figlio di un “NON PROFESSIONISTA” e fermiamola qui, pechè ci sarebbe ancora molto da recriminare per chiamarci “Società Civile”

  • Mario |

    Sig. Alessandro:
    Non ho corporazioni da difendere, anche perchè non ho corporazioni che mi difendono. Si legga i miei post in “le barricate di avvocati e notai…” e magari capirà che la mia “corporazione” è così tanto influente da non essere nemmeno in grado di far approvare la riforma della legge professionale, risalente al 1933. Capirà anche che difendo unicamente gli interessi del comune cittadino, che sarebbero fatti a pezzi dalla liberalizzazione selvaggia, non a caso voluta dai poteri forti.
    Per il resto, la mia informazione mi risulta più che corretta. E’ la Sua che sembra invece un tantino carente. Mi spiego: se è vero che la professione di avvocato, in Spagna, è una professione libera ed indipendente che presta un servizio alla società, non dipende da nessun ente pubblico e si esercita in regime di concorrenza libera e leale (articolo 1 dello statuto generale della professione di avvocato in Spagna), è anche vero che gli avvocati devono rispettare:
    – le norme legali e le norme statutarie;
    – le norme e gli usi della deontologia professionale della professione di avvocato.
    Gli organismi che sorvegliano il corretto esercizio della professione di avvocato, nei loro rispettivi ambiti territoriali, mi risultano essere:
    – a livello nazionale, il Consejo General de la Abogacía Española;
    – a livello di regioni autonome i consigli degli ordini degli avvocati delle regioni autonome;
    – a livello provinciale, gli ordini degli avvocati di ogni provincia o località in cui esista un ordine degli avvocati.
    Per diventare avvocato, occorre:
    – avere la nazionalità spagnola o di uno Stato membro dell’Unione europea o dell’accordo sullo spazio economico europeo del 2 maggio 1992;
    – essere maggiorenne e non oggetto di causa per incapacità;
    – essere titolare di laurea in giurisprudenza o di un titolo straniero a questa omologato conformemente alle norme in vigore;
    – essere iscritto ad un ordine di avvocati, che è quello del domicilio professionale unico o principale, per esercitare sull’intero territorio nazionale.
    Mi risulta altresì che, per omologare la laurea italiana in legge al titolo di “licenciado en derecho” il Ministero spagnolo richieda il superamento di una “prueba de aptitud” molto facile (almeno a detta di chi ci è passato), che si svolge sotto forma di un test a crocette. Per questo la Spagna è diventata la meta degli aspiranti avvocati italiani che non se la sentono di affrontare il nostro esame di stato: superata la “prueba de aptitud” presso un ateneo iberico, si diventa patrocinanti e, dopo tre anni, “abogados” a tutti gli effetti. Dai dati riferitimi, nel 2007 sono stati 337 gli italiani che hanno richiesto all’ambasciata spagnola il riconoscimento della loro laurea in Giurisprudenza, addirittura 594 nel 2008.
    La pacchia, però, sta per finire: dal 30 ottobre 2011 la Spagna dovrà adeguarsi alla normativa vigente in tutti i paesi UE, subordinando l’iscrizione al Collegio degli avvocati al previo superamento di un esame di abilitazione professionale. Tant’è che i siti web specializzati nel cosidetto “turismo forense” hanno già intrapreso un’ampia propaganda perché gli interessati si sbrighino, prima che il rubinetto dei titoli facili cessi di erogare.
    Vede? Anche in Spagna esistono gli Ordini degli avvocati, che esercitano il controllo sull’esercizio professionale, com’è giusto che sia, a tutela, prima di tutto, degli interessi della collettività, come ho ampiamente spiegato nel post precitato.
    Dimenticavo: oltre a non essere informato sulla realtà di casa sua, non ha nemmeno letto bene i miei commenti. In questo post non avevo mai parlato delle libere professioni in Spagna. La ringrazio comunque per avermi offerto l’occasione di farlo. Mi perdoni se magari non sono stato precisissimo in qualche minimo dettaglio . Sa… io non vivo, nè lavoro in Spagna.

  • Mario |

    Sig. Alessandro:
    Non ho corporazioni da difendere, anche perchè non ho corporazioni che mi difendono. Si legga i miei post in “le barricate di avvocati e notai…” e magari capirà che la mia “corporazione” è così tanto influente da non essere nemmeno in grado di far approvare la riforma della legge professionale, risalente al 1933. Capirà anche che difendo unicamente gli interessi del comune cittadino, che sarebbero fatti a pezzi dalla liberalizzazione selvaggia, non a caso voluta dai poteri forti.
    Per il resto, la mia informazione mi risulta più che corretta. E’ la Sua che sembra invece un tantino carente. Mi spiego: se è vero che la professione di avvocato, in Spagna, è una professione libera ed indipendente che presta un servizio alla società, non dipende da nessun ente pubblico e si esercita in regime di concorrenza libera e leale (articolo 1 dello statuto generale della professione di avvocato in Spagna), è anche vero che gli avvocati devono rispettare:
    – le norme legali e le norme statutarie;
    – le norme e gli usi della deontologia professionale della professione di avvocato.
    Gli organismi che sorvegliano il corretto esercizio della professione di avvocato, nei loro rispettivi ambiti territoriali, mi risultano essere:
    – a livello nazionale, il Consejo General de la Abogacía Española;
    – a livello di regioni autonome i consigli degli ordini degli avvocati delle regioni autonome;
    – a livello provinciale, gli ordini degli avvocati di ogni provincia o località in cui esista un ordine degli avvocati.
    Per diventare avvocato, occorre:
    – avere la nazionalità spagnola o di uno Stato membro dell’Unione europea o dell’accordo sullo spazio economico europeo del 2 maggio 1992;
    – essere maggiorenne e non oggetto di causa per incapacità;
    – essere titolare di laurea in giurisprudenza o di un titolo straniero a questa omologato conformemente alle norme in vigore;
    – essere iscritto ad un ordine di avvocati, che è quello del domicilio professionale unico o principale, per esercitare sull’intero territorio nazionale.
    Mi risulta altresì che, per omologare la laurea italiana in legge al titolo di “licenciado en derecho” il Ministero spagnolo richieda il superamento di una “prueba de aptitud” molto facile (almeno a detta di chi ci è passato), che si svolge sotto forma di un test a crocette. Per questo la Spagna è diventata la meta degli aspiranti avvocati italiani che non se la sentono di affrontare il nostro esame di stato: superata la “prueba de aptitud” presso un ateneo iberico, si diventa patrocinanti e, dopo tre anni, “abogados” a tutti gli effetti. Dai dati riferitimi, nel 2007 sono stati 337 gli italiani che hanno richiesto all’ambasciata spagnola il riconoscimento della loro laurea in Giurisprudenza, addirittura 594 nel 2008.
    La pacchia, però, sta per finire: dal 30 ottobre 2011 la Spagna dovrà adeguarsi alla normativa vigente in tutti i paesi UE, subordinando l’iscrizione al Collegio degli avvocati al previo superamento di un esame di abilitazione professionale. Tant’è che i siti web specializzati nel cosidetto “turismo forense” hanno già intrapreso un’ampia propaganda perché gli interessati si sbrighino, prima che il rubinetto dei titoli facili cessi di erogare.
    Vede? Anche in Spagna esistono gli Ordini degli avvocati, che esercitano il controllo sull’esercizio professionale, com’è giusto che sia, a tutela, prima di tutto, degli interessi della collettività, come ho ampiamente spiegato nel post precitato.

  • alessandro |

    Signor Mario vivo e lavoro in Spagna, gli ordini professionali con le limitazioni che abbiamo in Italia non esitono in Spagna.
    Al contrario di quanto lei dice.
    La sua informazione è scorretta e spero lo sia in buona fede.
    le invio il link della legge del 1997 (1997 !)che liberliazza le professioni
    http://noticias.juridicas.com/base_datos/Admin/l7-1997.html
    Capisco che lei debba difendere la sua “corporazione” ma non dia informazioni inesatte.
    alessandor

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