I fondi europei non siano solo uno slogan elettorale

«Sui fondi europei abbiamo fallito». Matteo Renzi lo ha detto qualche giorno fa a Firenze, nell’intervento allo Stato dell’Unione, davanti ai candidati alla presidenza della Commissione europea, e lo ha ripetuto mercoledì nel tour elettorale nelle principali città del Sud, proprio nelle regioni più in ritardo nella spesa dei fondi europei 2007-2013. Non è dato sapere – al di là dell’aumento dei programmi nazionali – se e come il Governo intenda applicare l’indicazione della Commissione, discussa ad Atene un paio di settimane fa tra il commissario Hahn e il sottosegretario Delrio (si veda Il Sole 24 ore del 4 maggio), in base alla quale le regioni che non sono riuscite a spendere bene i soldi in passato devono essere penalizzate con un taglio dei fondi 2014-2020. L’unico intervento certo è l’aumento dei programmi gestiti dai ministeri (Pon) e il contestuale taglio dei Programmi operativi regionali (Por) . Certo è che la Campania rischia moltissimo, insieme alla Calabria e alla Sicilia. Ma arrancano, a qualche punto di distanza, anche altre regioni, come il Lazio o la Puglia. In gioco ci sono prima di tutto 7-8 miliardi della vecchia programmazione che devono essere spesi e certificati a Bruxelles entro dicembre 2015: poco più di 18 mesi. Pena il “ritiro” da parte della Commissione e l’assegnazione ad altri Paesi. Il nodo del patto di stabilità interno, che vincolando le risorse nazionali necessarie per il cofinanziamento impedisce anche di spendere i fondi europei, va sciolto con la Ue. Ma non è l’unico ostacolo. L’Agenzia nazionale, proposta dall’ex ministro Barca e confermata dal suo successore Trigilia, avrebbe dovuto essere istituita entro fine marzo, per dare un contributo decisivo di competenza  e capacità tecnica alle regioni e fare in modo che la gestione dei fondi strutturali diventi efficiente, almeno ai livelli dei nostri partner europei. Resta uno dei tanti dossier sospesi. Il sottosegretario Delrio si è impegnato a chiuderlo entro fine maggio. La politica di coesione è una delle manifestazioni più concrete dell’adesione di ciascun paese all’Unione. Ed è forse lo strumento più solido per spingere – e a volte costringere – tutti gli Stati membri a muoversi verso obiettivi condivisi: innovazione, ricerca, occupazione, istruzione, pubblica amministrazione più moderna, agenda digitale, supporto alle Pmi, riduzione delle emissioni. E nessuno dica che queste non siano priorità anche per l’Italia. Fino ad oggi il governo Renzi ha solo sfiorato la questione. Eppure avere a disposizione 42 miliardi (e non 180 come dice Renzi, in preda all’entusiasmo) da spendere su quegli obiettivi è un’opportunità che – lucidamente – nessun governo può lasciarsi sfuggire. L’invito al presidente del Consiglio è di non limitarsi a sbandierare i fondi europei solo come argomento di campagna elettorale, spesso con cifre in libertà, ma di farne un punto fermo della politica economica del governo e della visione italiana dell’Europa, alla vigilia del semestre di presidenza dell’Unione.

sul

  • Mobru |

    I pochi addetti ai lavori ben sanno che, oltre allo immobilismo delle regioni, anche il Miur e il Mise non brillano per efficenza e tempismo. Risultano infatti ancora non impegnati diversi miliardi di euro e ancora non spesi quelli assegnati con i bandi Pon e Por relativi al programma 2007 a 2013 a causa di una burocrazia imperante ( che fena per anni senza motivazione alcuna centinaia di erogazioni su Sal verificati nelle forme di rito ) e del mancato rispetto delle procedure Ue. Non risulta inoltre ad oggi completamente accettato dalla Commissione Ue il programma proposto dal ns. Paese per il quinquennio 2014 – 2020. Renzi ed i suoi consiglieri facciano una ricognizione nei due citati ministeri prima di parlare di disponibilità astronomiche inesistenti e di contare su risorse che, senza interventi del tipo di quelli previsti per lo Espo, non troveranno mai una immediata e corretta utilizzazione. Il passato docet.

  • DUBBIOSO |

    Se si pensa a quale spreco diedero luogo i fondi sociali europei destinati alla formazione in Italia (eravamo a metà degli anni ’90) con il fiorire in ogni città di fantomatici corsi “professionalizzanti” e che servirono invece solo a rimpinguare associazioni di ogni stampo, colore politico o sindacale, ebbene: siamo alle solite. Non cambieremo mai.

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