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Chi ha rafforzato il patrimonio nonostante la crisi ora chiede “politica industriale”

Ci sono settori dell’industria manifatturiera italiana che pur avendo sofferto come gli altri la crisi a cavallo dell biennio 2008-2009, ne sono uscite più forti e pronte «ad affrontare la ripresa da una posizione ben salda». È il caso della caldareria, un termine brutto e forse obsoleto per definire un comparto dell’industria meccanica che conta in Italia circa 25 mila addetti per un fatturato di 3,5 miliardi di euro di cui quasi la metà è realizzata all’estero. È il vasto settore del "pressure equipment", e questa volta l’inglese aiuta nella descrizione di un setore che produce dai grandi serbatoi montati in cantiere agli apparecchi a pressione, dalle caldaie di vario genere agli scambiatori di calore e ai reattori. L’oil&gas e più in generale i produttori di energia sono i clienti principali, ma si tratta di attrezzature che trovano applicazione in diversi settori industriali.

 L’Ucc, l’associazione dei costruttori di caldareria che a sia volta aderisce ad Anima che raccoglie le associazioni della meccanica varia e affine dell’universo Confindustria, ha pubblicato un libro bianco realizzato dall’ufficio studi di Anima in collaborazione con Marco Fortis della fondazione Edison e Jacopo Mattei docente della Sda Bocconi.  La "fotografia" di un settore che «rappresenta un’eccellenza – si legge nello studio – all’interno del sistema manifatturiero nazionale e con una grande capacità di penetrazione dei mercati internazionali». Non a caso, nel periodo preso in esame dal rapporto (2007-2010) nonostante il calo della produzione (16,25%) il rapporto export/output è aumentato del 5%, confermando la capacità del settore di resistere alla crisi aumentando il grado di internazionalizzazione.

Il dato più rilevante, però, emerge dall’analisi economico-finanziaria sul comparto che esce dal biennio di crisi con una struttura patrimoniale più forte e più equilibrata. Un aspetto, quest’ultimo, definito di «fondamentale importanza». La ripatrimonializzazione «è stata inevitabile in molti comparti industriali e un fenomeno del genere si può riscontrare anche per altri settori – spiega Mattei che ha curato questa parte dello studio. «Tuttavia nella caldareria ha assunto una rilevanza particolarmente accentuata dovuta alla necessità di riorganizzare la produzione in un comparto ad elevata intensità di capitale, in particolare per le aziende più piccole che più delle altre hanno risposto alle difficoltà del mercato e all’aumento delle materie prime con il rafforzamento del patrimonio». La leva finanziaria, calcolata come rapporto tra debiti finanziari e patrimonio netto, è scesa nella media delle aziende del settore da 0,74 nel 2004 a 0,16 nel 2009. Ma ciò che sorprende è che per le pmi questo rapporto risulta allo 0,12% contro lo 0,2 delle imprese maggiori che pur partendendo da posizioni migliori hanno attuato una riduzione meno marcata. Alla ripatrimonializzazione delle aziende del campione, si accompagna anche una decisa riduzione dell’indebitamento finanziario verso le banche. «Questo dimostra anche che la ripatrimonializzazione è stata fatta con mezzi propri e che la riduzione dei debiti non è legata al calo dell’attività» spiega Mattei secondo il quale nel complesso, il settore «è lontano da rischi di crisi aziendali». Un settore solido, secondo lo studio, che se la prende con «l’anello debole del sistema paese: la mancanza di una politica industriale nazionale altrettando efficace» che consenta alle imprese italiane di «presentarsi compatte e più competitive sui mercati internazionali»