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Banche: se Visco chiede l’intervento dello Stato

“Regole chiare, applicate con imparzialità, sono essenziali. Ma lo è anche la capacità di prendere decisioni corrette e tempestive alla luce delle circostanze. Nel caso delle banche questo richiede la possibilità di ricorrere a reti di protezione pubbliche, e in una Unione come la nostra anche ad una rete sovranazionale in presenza di rischi sistemici e rischi di contagio.  

Il rispetto delle regole sulla tutela del mercato e della concorrenza resta indispensabile. Tuttavia, nell’affermare il ruolo dello Stato nella prevenzione e nella risoluzione delle crisi – e non solo nelle crisi finanziarie – io credo che una maggiore importanza debba essere data agli aspetti che distinguono le politiche disegnate per attivare i meccanismi di mercato dagli aiuti di Stato distorsivi della concorrenza”.

(dall’intervento di Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia al  workshop sulla Stabilità del sistema bancario, Firenze, 5 maggio 2016)

Questi due passaggi, nelle conclusioni del discorso tenuto giovedì da Visco a Firenze, aiutano a capire meglio la situazione del sistema bancario italiano e la necessità di andare oltre Atlante che con i suoi 4,2 miliardi, di cui solo il 30% per le sofferenze, è solo un “piccolo passo nella giusta direzione”, per citare Mario Draghi.

Tra le ipotesi c’è anche quella di ricorrere al modello delle “banche di interesse nazionale”, le BIN costituite nel 1936 per superare la crisi dei primi anni 30. E’ una soluzione possibile senza cadere nella trappola degli “aiuti di Stato”. Ma gli ostacoli sono tanti. Sono tutte quelle poltrone in decine di consigli di amministrazione, ognuna delle quali serve a presidiare una minuscola nicchia di potere, a conferma che il sistema bancario italiano “è malato di governance più che di finanza” ed è nelle mani di piccoli e piccolissimi potentati locali che troppo spesso usano il credito come mezzo per l’esercizio del potere piuttosto che come strumento per innescare lo sviluppo economico.

 

  • Giuseppe Chiellino |

    Non so cosa abbia in mente il Governatore. Quel che so è che molto spesso in Italia si confonde l’intervento pubblico con gli aiuti di Stato. molto sinteticamente, se si dimostra che l’intervento pubblico è “a condizioni di mercato”, cioè alle stesse condizioni (prezzo) a cui un privato parteciperebbe (o partecipa, come nel caso di Psa) all’investimento, la Commissione europea non può opporsi. Se lo Stato investe nelle banche, ne diventa azionista e come tale vota in assemblea e ha voce in capitolo in consiglio d’amministrazione, anche nella scelta del management. Chi ha portato al disastro le banche in questione per forza di cose sarebbe spazzato via

  • Luana |

    Il rapporto economico tra banche e stato qual è?

  • Matteo Montedoro |

    Da che mondo e mondo, la concorrenza ha sempre fatto bene all’economia. La presenza di più consiglieri di amministrazione, di per se, non costituisce un vincolo dannoso (se si gestisce nell’interesse di tutti gli stakehoders). Molto più dannoso sarebbe la presenza di pochi consiglieri che spartiscono in poche società scelte e privilegiate, un potere economico incontrollabile.
    Se le regole di mercato valgono equamente per tutti, è il mancato rispetto di tali regole che determina l’uscita del soggetto inadempiente. Non le estinzioni per decreto legge.
    Si parla di partecipazione dei risparmiatori alla vita della banca, ma poi, si sostanzia la differenza tra gli stessi risparmiatori grazie alla rinascita delle BIN. Quest’ultime, evidentemente sotto la protezione dello Stato scarica ai contribuenti eventuali danni, salvaguardando i propri clienti risparmiatori.
    Solo in Italia possono succedere queste cose.

  • Mario Corvo |

    Il sistema bancario italiano è malato grave da decenni e adesso sembra in peggioramento. Corretta l’analisi di micropotentati che godono di autonomia assoluta che quando cadono cadono sempre in piedi (vedi Zonin e mille altri). Perchè la rete del banchieri è solidale, sodale e complice come forse solo le mafie. Quando proprio si arriva al plateale fallimento (noto da anni ad osservatori non superficiali) si ricorre al “Pubblico” mescolando le cifre in un guazzabuglio indecifrabile: ecco il perchè delle fusioni, ovviamente peggio del male che dovrebbero curare (Unicredit sta a fallì dopo aver ingoiato una Banca di Roma che era sopravvissuta solo grazie alla fusione con il cadavere Cassa di Risparmio di Roma, salvata a sua volta dalla sepoltura unendola alla salma del Banco di Santo Spirito – in piccolo vedere Cassa Rurale di Roma e analoga di Padova). Poi si ricomincia, sempre tra amici e compari. Soluzioni? Nessuna. La dimostrazione è offerta dalla genesi dell’attuale corpo bancario: contro le BIN hanno vinto le Casse di Risparmio e il potere assolutodelle cricche locali. Se ora si vuol ripetere il 1936 è solo perchè i giri di valzer stordiscono gli spettatori.

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