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L’insostenibile leggerezza di Brexit (Limonov)

Ecco un altro contributo del signor Limonov. Questa volta il tema è Brexit con la necessaria rimodulazione del complesso corpo di regole per la ridefinizione dei raporti con l’Unione europea che il voto britannico di giugno scorso si porta dietro.
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Si dice che Brexit sia un atto politico. Affermazione difficile da contestare. Ma è anche un atto di rara irresponsabilità sotto molti punti di vista.

Mi limiterò ad analizzare quello sconosciuto ai più, l’impatto del negoziato di separazione sul lavoro parlamentare e sulla sovranità britannica.

Il mercato unico europeo costituisce un’opera di grandissima rilevanza, non solo storica o politica ma soprattutto quantitativa.
Si può affermare con un ragionevole grado di precisione che il corpo delle norme europee che assicurano la libera circolazione delle merci, di quella dei servizi, delle persone e dei capitali nel grande spazio dell’Unione europea è costituito da 18.000 testi normativi. La partecipazione della Gran Bretagna al mercato unico dopo la sua fuoriuscita dalla UE deve quindi necessariamente implicare un sistema efficiente di ripresa automatica di ogni modifica di questo corpus sterminato.

Fermo immagine in un giorno di fine novembre 2018: mentre i politici pro-Brexit alla House of Commons vantano le lodi della fuoriuscita e del nuovo accordo così vantaggioso per la Gran Bretagna che deve entrare il vigore il 1 gennaio 2019, a 100 metri da lì, a Whitehall, un esercito di funzionari si appresta a scrutinare in permanenza le nuove norme europee per confrontarle con le norme britanniche, pena una divergenza tra legislazioni che provocherebbe, con un socio di taglia XL come lo UK, uno squilibrio insostenibile nel funzionamento nel mercato interno. Intanto, i giudici britannici, quelli stessi dell’ Independence Day, leggeranno con avidità e apprensione le notizie che giungono dalla Corte UE di Lussemburgo in materia di interpretazione del diritto UE applicabile al mercato interno.

È chiaro infatti che se succedesse che gli inglesi non si conformassero o applicassero male o interpretassero scorrettamente o non adeguassero il loro diritto interno, il mercato interno UE si squilibrerebbe in modo inaccettabile per noi tutti. Questo creerebbe svantaggio per le nostre imprese ed i nostri operatori, messi in concorrenza sullo stesso mercato con operatori UK sottoposti a normative più favorevoli, o meno stringenti o semplicemente diverse. Questo non può essere tollerato e gli stati membri rimanenti devono proteggersi (e lo faranno a meno di un suicidio collettivo) imponendo agli inglesi condizioni di controllo obbligatorie e stringenti.

Lo stesso varrà, a colpo sicuro, per gli aiuti di stato: ve la immaginate British Airways fare concorrenza a Lufthansa sulle rotte europee mentre prende soldi dallo stato inglese e Lufthansa non può perché la Commissione europea glielo impedisce? Intollerabile. Ed infatti bisognerà imporre un qualche tipo di scrutinio sui sussidi britannici a favore di imprese britanniche, il che significa il controllo da parte dell’odiata Unione europea su parte del bilancio dell’ “indipendente” UK. Non si tratta di ipotesi di scuola: il controllo degli aiuti di stato inglesi da parte della Commissione europea in questi anni è stato capillare e frequente e le decisioni negative o positive sotto condizione per nulla rare.

Un capitolo a parte lo meriterebbe la questione dello svincolo del Regno Unito dagli accordi internazionali dell’Unione europea. Se possibile, questo capitolo è ancora più complesso e intricato e l’impatto sulla sovranità britannica enorme. Il che annuncia difficili e prolungate discussioni con i partner dall’esito incerto. Ne parleremo in un’altra occasione.

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