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Cosa lascia Tettamanzi. Il confronto con Martini, i legami con Cl, gli intrecci con la business community

Era arrivato con la fama del “normalizzatore vaticano” dopo il “comunista” Martini. Alla sua uscita di scena ci si accorge che con gli anni gli è stata cucita addosso la stessa etichetta del suo predecessore e c’è addirittura chi, ricordando l’impegno sull’esclusione sociale, sugli immigrati, sui Rom che spesso gli ha procurato aperte critiche della Lega e non solo, si spinge a parlare di lui come l’unico vero oppositore del centrodestra a Milano e in Lombardia con gli argomenti della dottrina sociale della Chiesa.

È tempo di bilanci per Dionigi Tettamanzi, brianzolo, arcivescovo di Milano dal 2002, e per la sua diocesi, la più grande del mondo se si considerano insieme gli abitanti, i battezzati, l’ampiezza territoriale (sconfina anche in Svizzera) e i praticanti. Il 14 marzo ha compiuto 77 anni e, dopo due anni di proroga del mandato, il Papa ha deciso che era il momento di trovare un successore. La scelta è caduta sul cardinale Angelo Scola, vicino a Cl. Domani, giovedì 8 settembre, l’ultima messa in Duomo di Tettamanzi e venerdì l’ingresso ufficiale di Scola in diocesi. Nei mesi scorsi, mentre era in corso il totonomina, ho fatto un giro nei posti chiave per i cattolici milanesi, cercando di capire quale Chiesa lascia Tettamanzi e, obiettivo ancora più ambizioso, tentare di dare un voto agli otto anni e più del suo episcopato.

Inevitabile che il discorso cadesse sul confronto con Carlo Maria Martini, il suo predecessore, una costante che ha accompagnato il mandato di Tettamanzi. Confronto del quale, a dire il vero, l’interessato non è mai sembrato troppo preoccupato. «Vorrebbe dire comprimere in categorie troppo semplici il confronto tra due figure molto diverse in due epoche storiche diverse» osservano in diocesi suoi più stretti collaboratori. «Quando si insediò Martini – ricorda Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo che è uno degli snodi fondamentali attraverso cui la chiesa ambrosiana si lega alla città e soprattutto al mondo dell’economia e della finanza – c’era un funerale al giorno, quando non due, di morti per mano dei terroristi. Oggi il fattore dominante è la crisi sociale, l’emarginazione. Gli ultimi due vescovi di Milano hanno saputo interpretare ciascuno con sensibilità proprie epoche storiche diverse». «Oggi la città è smarrita, c’è la povertà nelle case, ma per pudore non ce lo diciamo» dicono ancora in curia.

Sentimenti condivisi, ma non da tutti. Soprattutto i preti più giovani rimpiangono la spiritualità di Martini e rimproverano a Tettamanzi il peso eccessivo dato all’organizzazione, affidata ad un vicario, monsignor Redaelli, al quale hanno affibiato il nomignolo di Nabuzardàn, l’inflessibile capo delle guardie di Nabocodònosor a Babilonia. Si contestano le comunità pastorali, un modello organizzativo che unifica più parrocchie con un super-parroco e altri preti coadiutori. Un progetto dettato anche dalla crisi delle vocazioni (diminuite di circa il 30% rispetto a 6-7 anni fa) ma che non decolla, «come la Pedemontana, perché mancano le risorse» sorride un padre spirituale. Ma «anche un laboratorio per superare la struttura di parrocchia che risale al 1500» nota invce un sostenitore del progetto. Qualche perplessità su questo schema di riordino del territorio ecclesiale avrebbe sollevato anche don Erminio de Scalzi, vescovo ausiliare e abate della Basilica di Sant’Ambrogio. Anche questo può aiutare a capire l’ovazione e i cori da stadio con cui i giovani preti accolsero in duomo Martini appena rientrato da Gerusalemme, in occasione di una concelebrazione in duomo con Tettamanzi un paio di anni orsono.

I preti più anziani, invece, apprezzano molto l’attenzione ai temi sociali di Tettamanzi che ha fatto della sobrietà la parola chiave per affronare gli effetti della crisi, e ha messo in piedi un fondo di sostegno alle famiglie. In due anni e mezzo ha raccolto quasi 13 milioni euro e ha aiutato circa 6.000 famiglie. Un contributo importante è arrivato prorio dalla Fondazione Cariplo che, nel tempo, ha elargito al fondo 2 milioni di euro. «Aiuta chi non ha nessun aiuto – spiega Guzzetti – ha costi organizzativi ridotti all’osso e fa interventi molto mirati». Il legame tra la curia e la principale fondazione bancaria italiana è comunque consolidato, sancito nello statuto. Il cardinale di Milano ha un suo rappresentate nella commissione centrale di beneficienza della fondazione, Francesco Cesarini, docente della Cattolica ed ex banchiere. È scelto dall’ente in una terna di nomi proposti dalla curia. A sua volta, la fondazione nomina uno dei consiglieri del fondo famiglia-lavoro (Paola Pessina). Senza contare il bando per progetti di coesione sociale, tagliato su misura per le parrocchie. Budget 4,5 milioni di euro. Ma gli intrecci non si fermano qui. La Cariplo (banca) era proprietaria dal 1878 di una chiesa nel centro della città. È il santuario di San Giuseppe, incastonato tra la Ca’ de sass e la Scala. Oggi la proprietà è di Intesa SanPaolo di cui la fondazione guidata da Guzzetti resta uno dei principali azionisti. E nel santuario del ‘600, stile barocco lombardo, aperto al culto nulla tradisce il nome della proprietà. Messa tutti i giorni e qualche incontro di catechesi nella pausa pranzo curato dal rettore monsignor Maggioni.

Sempre parlando di attenzione al sociale, non è un caso che al convegno organizzato a febbraio scorso da Tettamanzi per presentare i risultati del fondo non fossero presenti esponenti del Comune o della Regione. Troppi attriti in questi anni sui temi cari al cardinale. L’ultimo quello sui Rom.

C’era, invece, Roberto Formigoni, il 28 febbraio in prima fila per ringraziare il cardinale dopo la celebrazione del sesto anniversario della morte di don Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione che a Milano e in Lombardia è una vera e propria potenza. In diocesi ha 16 mila iscritti, senza contare le migliaia di giovani che frequentano la scuola di comunità. Una celebrazione che è stata insieme una manifestazione di fede, di gratitudine ma anche di forza. Cattedrale piena zeppa e volti noti nelle prime file, da Luigi Roth, (presidente Terna ed ex della Fondazione Fiera Milano dove è stato sostituito da poco da Gianpiero Cantoni) a Giorgio Vittadini della Compagnia delle Opere che in Lombardia conta ben undici sedi e 5000 imprese associate solo a Milano. Ma è proprio questa imponenza a far paura in diocesi, in vista dell’avvicendamento. A differenza di Martini, che non dava spazio ai movimenti ecclesiali, Tettamanzi ha sdoganato Cl. La celebrazione, con diverse decine di sacerdoti, del ricordo di Giussani da sei anni ne è la dimostrazione più tangibile. Ma sono numerose le parrocchie ‘controllate’ dal movimento.

Cosa accadrà con l’arrivo di Scola che in Cl si è formato ed è cresciuto? Nel fare appello allo Spirito Santo, molti chiedono sottovoce che il nuovo cardinale non dia ulteriore spazio al movimento. Temono che la «rara compattezza ideologica» di Cl, come ha scritto l’Espresso, «porti gli amici degli amici a dominare in diocesi» confida un giovane sacerdote. «Ma la presenza di un movimento cristiano nella Chiesa non dipende da un vescovo. Tanto è vero che non abbiamo un candidato» sottolinea l’assistente ecclesiastico di Cl nominato dalla curia, don Adelio Dell’Oro. Il legame tra Tettamanzi e Cl si è consolidato a fine agosto, quando il porporato a partecipato per la prima volta al meeting di Rimini, con mostra e dibattito su San Carlo Borromeo.

Non fa così paura, invece, l’Opus Dei, che a Milano ha la sua sede italiana e nel consiglio pastorale della diocesi ha una «presenza discreta». Meno discreta è la presenza dell’Opera in alcune parrocchie.

I punti di contatto tra il mondo ecclesiale milanese e la business community non sono finiti. È di fine 2010 la donazione di 2 milioni di euro che Alessandro Profumo ha girato alla Casa della Carità, rinunciando ad una “piccola” parte della ricca liquidazione ottenuta da Unicredit. Un rapporto di lunga data lega Profumo e sua moglie a don Virginio Colmegna, ex direttore della Caritas Ambrosiana negli anni di Martini, con grande visibilità per le prese di posizione spesso in contrasto con il centro-destra al governo negli enti locali. Lo spoiling system diocesano non lo risparmiò e fu sostituito, come altre due o tre figure di peso, alimentando le voci sul Tettamanzi-normalizzatore. A distanza di qualche anno, si può dire, forse, che sui temi cari a don Colmegna il cardinale ha preferito esporsi in prima persona e in modo diverso.

Forte è il legame anche il cardinale e l’Ucid (imprenditori e dirigenti cattolici) oggi guidata da Franco Nava che ha preso il posto di quell’Alberto Falck «cresciuto nel cattolicesimo ambrosiano del ‘900» scomparso tragicamente nel 2003. «Facendo tesoro del messaggio del cardinale sull’accettazione del diverso – spiega Nava – stiamo lanciando alcuni progetti, tra cui un portale web per favorire lo scambio di commesse, coinvolgendo piccole imprese di servizi costituite da immigrati. Una condivisione basata su principi civili e non religiosi». Assistente spirituale dell’Ucid è monsignor Buzzi, prefetto della biblioteca Ambrosiana.

Nella mappa dei centri di potere in qualche modo espressione della chiesa ambrosiana o ad essa legati, ci sono almeno altri tre o quattro indirizzi da segnalare. Dal Collegio San Carlo, guidato da don Aldo Geranzani, al Leone XIII dove per la prima volta in Italia nel 2004 i Gesuiti hanno nominato rettore una donna, Gabriella Tona. Due scuole d’élite, dove si formano i figli dell’alta borghesia cittadina ma anche (al San Carlo) figli di immigrati, grazie alle borse di studio finanziate dalle rette dei ricchi e dalle aziende guidate da ex allievi o da genitori di allievi. Punti di contatto tra gerarchie, tra vecchie e nuove aristocrazie. Ma anche luoghi di incontro tra culture e classi sociali. Fatturato? Diversi milioni di euro l’anno, anche grazie alle strutture sportive aperte agli esterni. Ai Gesuiti fa capo anche il Centro culturale San Fedele, dietro Palazzo Marino, guidato fino al 2004 da padre Bartolomeo Sorge. Nella parrocchia di San Fedele entrava spesso Enrico Cuccia, lungo il tragitto – percorso rigorosamente a piedi – che lo portava da casa alla sede di Mediobanca, in via Filodrammatici. Ma Mediobanca era legata anche alla basilica di Santa Maria delle Grazie, parrocchia di Vincenzo Maranghi e dove – si racconta – Cuccia ha addirittura partecipato ad una rarissima conferenza stampa.

Vale la pena poi accennare all’Istituto Toniolo, “ente fondatore e garante” dell’Università cattolica, alla cui presidenza papa Wojtyla ha nominato proprio Tettamanzi. Il suo mandato durerà ancora tre anni ed è slegato dal ruolo di cardinale. L’ultimo anno è stato a dir poco turbolento. Coinvolto pesantemente nella vicenda Boffo-Avvenire, è stato poi al centro di polemiche sollevate soprattutto dal giurista Alberto Crespi, ex docente dell’ateneo. Nel mirino il direttore generale della Cattolica, Antonio Cicchetti. Ma il suo mandato era in scadenza e il primo gennaio scorso si è insediato Marco Elefanti, professore di economia aziendale e membro del cda dell’ateneo tra il 2007 e il 2009. In curia spiegano che le polemiche nel Toniolo «tradiscono lo scontro tra due fazioni: la “vecchia scuola” legata ancora alla presidenza del senatore democristiano Emilio Colombo (dal 1986 al 2003, ndr.) e la gestione Tettamanzi. Ma il controllo dell’istituto – assicurano – è blindato». A meno che il Vaticano non decida che per Tettamanzi sia giunto il momento di lasciare anche quest’incarico.