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Giuseppe Chiellino

Il paese delle imprese di Giuseppe Chiellino

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24 maggio 2012 - 20:07

Lo Ior, tra opacità e riservatezza

Le dimissioni (o è stato sfiduciato?) di Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dello Ior mi hanno riportato a un anno e mezzo fa, quando alcune operazioni interbancarie poco chiare finirono sotto la lente della Procura di Roma. Avevo sentito diverse fonti che conoscevano bene la questione e ne avevo scritto un lungo articolo rimasto intrappolato un qualche server. Oggi l'ho ritrovato e ve lo ripropongo così com'era.

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MILANO, 23 settembre 2010 - Le due operazioni dello Ior con il Credito Artigiano finite sotto la lente della Procura di Roma e della Banca d’Italia sono solo un tassello di un puzzle alla cui composizione i magistrati romani stanno lavorando da almeno un anno. “La punta di un iceberg” - osserva una fonte vicina al dossier - emersa dopo che la Banca d’Italia, nei primi giorni di settembre, ha esteso a tutto il sistema bancario nazionale lo schema operativo che a gennaio 2009 aveva già inviato ad alcuni dei principali istituti di credito, chiarendo che le operazioni interbancarie con lo Ior dovevano essere sottoposte alle stesse verifiche rafforzate con cui vengono passate al setaccio le transazioni con banche di paesi che, come il Vaticano, non fanno parte della white list dell’Ocse. Si tratta di paesi che non applicano procedure ritenue adeguate nella lotta al riciclaggio e al terrorismo.

Ma quella del Credito Artigiano non è stata la prima segnalazione inviata all’Unità di informazione finanziaria (UIF) della Banca d’Italia, che rappresenta la Financial Intelligence Unit italiana, ovvero la struttura nazionale incaricata di prevenire e contrastare il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo. Nella relazione annuale che l’Uif ha presentato a maggio scorso al parlamento, c’era già traccia di un problema con lo Ior. “Nell’ambito dell’attività di approfondimento di alcune segnalazioni di operazioni sospette già all’attenzione degli organi investigativi – si legge a pagina 62 della relazione sul 2009 - la UIF ha rilevato, in sede ispettiva, elementi di criticità nelle prassi operative che regolavano i rapporti intrattenuti dallo Ior con un intermediario italiano”. La relazione non fa nomi, ma non sfugge che a fine novembre del 2009 la procura di Roma aveva aperto un’indagine sulle intermediazioni tra lo Ior e una filiale romana di Unicredit, proprio quella in via della Conciliazione, a due passi dal Vaticano, ex sportello di Banca di Roma.

I magistrati sono il procuratore aggiunto Nello Rossi e il sostituto Stefano Rocco Fava, gli stessi che hanno chiesto il blocco delle due operazioni che la banca vaticana aveva chiesto di effettuare al Credito artigiano nei giorni scorsi. Dalla vicenda Unicredit l’indagine si allarga. “L’ispezione – scrive ancora l’Uif a maggio scorso - ha determinato un intervento della Banca d’Italia sul piano normativo nei confronti di tutti gli intermediari interessati”.

Indagini a tappeto, dunque, dell’intelligence di via Nazionale sui rapporti tra lo Ior e tutte le banche italiane. A inizio giugno trapela che sono una decina le banche su cui si sono accesi i riflettori: “le principali” dicono le autorità. Ne è emerso un quadro allarmante: “Nella prassi lo Ior si comportava come una fiduciaria più che come una banca” racconta una fonte. “Schermava regolarmente i nomi dei titolari delle operazioni e le loro finalità. Non si atteneva, cioè, ai principi fissati dal cosiddetto questionario Wolfberg”, lo strumento utilizzato dagli istituti di credito per valutare il rischio-paese e il rischio-cliente nelle attività di contrasto al riciclaggio di denaro”. E di fronte alle richieste di informazioni su operazioni anomale intercettate dal sistema Gianos, la risposta consueta alle banche italiane (come nel caso del Credito Artigiano) era di questo tenore: <<sono movimentazioni di denaro normali nella nostra attività di sostegno alle opere di religione nei diversi continenti. Stop>>. Non un nome, un progetto, una parrocchia o una missione.

Questa risposta veniva però tollerata dalle banche, nonostante il decreto legislativo 231 del 2007 che ha recepito nell’ordinamento italiano la direttiva europea 60 del 2005. Il motivo? L’incertezza sulla natura giurica dello Ior: è un soggetto privato, dice la Santa sede; no, è una banca, dicono le autorità italiane. E così si è andati avanti fino all’autunno 2009. L’inchiesta della Procura di Roma e l’avvio degli accertamenti da parte dell’Uif hanno imposto una svolta che è arrivata con le istruzioni di Banca d’Italia a gennaio scorso ad un gruppo di banche e poi girate a tutti il 9 settembre: lo Ior è una banca di un Paese che non rientra della white list e come tale deve impegnarsi a: 1) a verificare chi sono i titolari dei conti correnti; 2) verificare chi siano i reali beneficiari delle operazioni; 3) acquisire informazioni sulle finalità delle operazioni; 4) fornire all’intermediario italiano tali informazioni nel caso in cui questi le richieda. “Stiamo parlando di operazioni per milioni di euro alla settimana.

Transazioni in parte in bonifici, in parte in assegni ma soprattutto in contanti”. Operazioni “spesso senza tracciabilità, anche nel caso degli assegni, spesso con girate incomplete, e dei bonifici, su conti correnti numerati. Ma ciò che è impressionante è la quantità di contanti che ogni settimana con valigette di tutti i tipi entra ed esce dalle banche che lavorano con lo Ior”. Tanto che diversi istituti sono corsi ai ripari e hanno rinegoziato i modelli contrattuali con l'Istituto vaticano, adottando procedure più rigide. In alcuni casi talmente rigide da spingere la banca del torrione di Niccolò V a dirottare gran parte delle operazioni su qualche istituto più compiacente o, semplicemente, più sprovveduto. C’è chi la chiama opacità, c’è chi la chiama riservatezza. In ogni caso, sembra uno stile consolidato nell’operatività quotidiana dello Ior.

Da qui a dimostrare che dietro la riservatezza si nascondano attività di riciclaggio ce ne corre. “Il problema è che nell’opacità chi è in mala fede può muoversi con più disinvoltura” si fa notare. Gioverebbe a tutti, quindi, se quel percorso avviato quasi un anno fa dalla banca vaticana con le autorità di vigilanza italiane e internazionali per adeguare le procedure interne alle regole antiriciclaggio imposte dalla legge si chiudesse al più presto. “Per ora procede con molta molta lentezza”, notano al di qua del Tevere.

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Questo scrivevo a settembre del 2009, quando questo blog non esisteva ancora. Poi venne Gotti Tedeschi, per portare la trasparenza. L'epilogo di oggi dimostra che la sua nomina non ha prodotto i risultati che tutti, a parole, auspicavano. Ne deduco che il quadro che descrivevo allora non dev'essere cambiato di molto.

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Categorie: Banche, Religione

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TAGS: Ior, Vatican

«L’avidità smodata di guadagno non si identifica minimamente con il capitalismo, e meno ancora con il suo “spirito”. Peraltro il capitalismo si indentifica con la ricerca del guadagno sempre rinnovato: ossia della redditività».
(Max Weber)
«La gestione dell'impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell'impresa».
(Benedetto XVI)

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15 maggio 2012 - 12:22

"Fuoco amico" su Monti

Da alcune settimane quasi non passa giorno senza qualche bordata al Governo e alla sua azione. Ci sono almeno però tre mosse di Monti, di cui forse non è stata colta, finora, la reale portata sull’attività di governo, che dimostrare come il lavoro del premier proceda con un disegno ben definito. E questo ad alcuni non piace affatto.

La più recente e la più visibile è stata la nomina di Enrico Bondi come consulente per la “spending review”.  Oltre alle auto blu, riscaldamento nelle scuole e quant’altro, Bondi si occuperà del capitolo delle agevolazioni alle imprese, importantissimo in una fase in cui le poche risorse a disposizione per rilanciare investimenti e crescita devono essere spese con il massimo rendimento possibile. La decisione fu molto criticata ("il supertecnico per il governo dei tecnici") ma la conseguenza è il probabile ridimensionato di Corrado Passera che in qualità di ministro dello Sviluppo economico era il titolare degli interventi per le imprese, che ora passeranno al setaccio di Bondi. Una sorta di commissariamento, almeno su questo capitolo, di uno dei ministri più potenti e più in vista del governo dei tecnici, e forse anche quello più tentato dalla politica.

 La seconda mossa di Monti è stata quella di sfilare al ministro degli Esteri, Giulio Terzi la competenza sulla direzione Affari europei. Non è dato sapere se sia stata una decisione presa al momento della scelta dei ministri e dunque contenuta nelle deleghe o se sia maturata dopo. Fatto sta che gli Affari europei in una fase cruciale della storia del processo comunitario sono curati direttamente da Enzo Moavero, ministro senza portafoglio delle Politiche comunitarie, che con Monti aveva già aveva lavorato a Bruxelles ai tempi della Commissione Prodi.

Questo comporta un controllo diretto del premier sulle posizioni italiane in sede europea che prima non c’era e dunque un cambio di marcia sostanziale nelle relazioni con gli altri partner e soprattutto con le istituzioni comunitarie. A volte anche scavalcando i consueti canali diplomatici.

I segnali di questo nuovo corso sono tanti: dal modo in cui sono state gestite la vicenda dell’Ici sugli immobili ecclesiastici e la vicenda Tirrenia, al recepimento della direttiva sui tempi di pagamento. Ma anche le posizioni in seno al Consiglio quando si è discusso di fiscal compact e delle misure per rilanciare la crescita o il tentativo di porsi in una posizione di mediazione tra Angela Merkel e la nuova amministrazione francese sembrano andare in questa direzione: curare gli interessi italiani ma con la consapevolezza che completare il processo di costruzione europea è comunque uno degli interessi principali del Paese. Banalizzando, la ricerca di un ruolo in seno all’Unione che si addica ad uno dei paesi fondatori. Niente a che vedere con la “politica del cucù” adottata nel recente passato.

La terza mossa di Monti è stata quella di promuovere Vittorio Grilli a viceministro dell’Economia, tenendo per sé il ruolo di ministro. Grilli, dunque, non è più nella posizione strategica di direttore generale (ruolo ancora vacante) che gli consentiva di controllare l’apparato di via XX Settembre ma non ha neppure la piena titolarità della politica economica. Ormai sembra chiaro: promoveatur ut amoveatur. 

Tre ministeri chiave per l’economia e per le relazioni nell’Unione su cui il premier ha messo mano pesantemente, ad un anno (o forse meno) dalle elezioni politiche e soprattutto dall’elezione del successore di Giorgio Napolitano, indisponibile ad un altro mandato. Senza chance Silvio Berlusconi, sono tornati a circolare i nomi di Massimo D’Alema e Romano Prodi. Ma è evidente che è proprio il nome di Monti, in questo momento, quello su cui si potrebbero catalizzare i voti delle forze politiche con l’ampio consenso dell’opinione pubblica per il Colle. Perciò chi è interessato al Quirinale ha cominciato a lavorare nell’ombra, anche sulla stampa potenzialmente “amica”, con grande giubilo di quella di centrodestra a cui non sembra vero poter dire “quando c’era lui..”.

  Forse Monti sta cominciando a diventare troppo scomodo. Ma con quello che sta accadendo in Europa, è da irresponsabili pensare di indebolirlo.

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Categorie: economia, Europa

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TAGS: ministero economia, Monti, Passera, Quirinale, spending review

10 maggio 2012 - 14:12

Il bond Fresh e i giorni cruciali nell'inchiesta sul Monte dei Paschi

 Sono il 9 e il 10 gennaio 2012 i giorni cruciali nell'inchiesta sul Monte dei Paschi che ieri ha portato a 39 perquisizioni e 4 indagati.

In quei due giorni in Borsa il titolo della banca senese  ha toccato i minimi assoluti.

Ciò che ha allertato la Consob (che come ha scritto Stefano Elli oggi sul Sole 24 Ore aveva già aperto un dossier) e probabilmente anche la Procura di Siena, è stata la forte oscillazione del titolo della Banca Mps: lunedì 9 apre a 0,231 e chiude sui minimi a 0,197: -14,7 per cento. Il giorno dopo perde ancora qualcosina nell'intraday per poi chiudere a 0,1975. L'11 e il 12, però, il titolo recupera tutto quello che aveva perso e risale a 0,2322. Salvo qualche piccola pausa, il recupero continua fino al 5 marzo quando il titolo chiude a 0,424 euro, livello che non vedeva da fine agosto e che rispetto ai minimi toccati nelle prime sedute del 2012 rappresenta un salto del 115%.

Cosa c'entra questo con l'operazione Antonveneta? C'entra eccome perché nell'operazione di finanziamento per l'acquisto di Antonveneta, c'era anche un prestito Fresh da 1 miliardo, rimborsabile solo con azioni Monte dei Paschi. Le azioni emesse al servizio del prestito erano state sottoscritte da JP Morgan. Come ha ricordato Cesare Peruzzi sempre sul Sole, se il titolo fosse andato sopra la soglia dei 5 euro il prestito sarebbe stato rimborsato in azioni.

Ma al contrario, se il titolo Mps fosse sceso al di sotto di una soglia minima, il debitore avrebbe dovuto rimborsare la differenza in cash. 

Questa fatidica soglia (sarebbe meglio dire supporto) è stata toccata o superata tra il 9 e il 10 gennaio scorsi. Quello che la Procura, insieme alla Consob e alla Guardia di Finanza sta cercando di capire è se tra fine 2011 e inizio 2012 i movimenti sul titolo Mps siano stati in qualche modo pilotati. Da chi aveva tutto l'interesse che il titolo scendesse sotto i 2 euro o da chi invece doveva evitare a tutti i costi che ciò accadesse.

Concludendo, per dirla con le parole di un banchiere, il sospetto è che, toccati i minimi, sul titolo Mps siano intervenute le classiche <<mani amiche>>. Ma allo stesso tempo non si può escludere a priori che nei giorni precenti il titolo sia stato portato così in basso da... <mani nemiche>>.

Si spiega, così, anche il perché di un'inchiesta della magistratura a cinque anni di distanza dall'acquisizione di Antonveneta.

(Il Fresh 2008 una volta emesso sul mercato è stato sottoscritto anche dalla Fondazione Mps per 490 milioni. I bond Fresh 2008 della Fondazione sono il sottostante dei derivati siglati dall'ente di palazzo Sansedoni con Mediobanca e Credit Suisse per finanziare l'operazione. I derivati sul Fresh 2008 sono uno dei due capitoli della rinegoziazione del debito che la Fondazione sta per chiudere con le banche creditrici).

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Categorie: Banche

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6 maggio 2012 - 16:25

Banche troppo "stabili" rischiano di soffocare le Pmi. Le distorsioni di Basilea3

Banche troppo stabili, quasi immobili, che rischiano di soffocare le piccole e medie imprese. Rischia di essere questo l'assetto finale delle nuove regole prudenziali per il sistema bancario europeo, dopo la trasposizione delle regole di Basilea 3 nella direttiva che è in discussione in queste settimane nel Consiglio europeo e al Parlamento. L'entrata in vigore è fissata a gennaio 2013, ma i giochi si fanno in questi giorni. Le preoccupazioni delle imprese e della stessa Commissione europea sono contenute in una lettera dei commissari Ue al Mercato interno e all'Industria,  Barnier e Tajani.

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Categorie: Banche, economia, Europa, Imprese

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17 aprile 2012 - 0:57

Crediti verso la Pa: la certificazione avverrà on line su una piattaforma Consip

Una piattaforma elettronica gestita dalla Consip per certificare i crediti delle imprese verso la Pubblica amministrazione. Servirà a semplificare la vita agli enti locali debitori, ai fornitori e alle banche che sconteranno i crediti, ma soprattutto a rendere chiaro, trasparente e standardizzato il processo di certificazione e cessione dei crediti, che, in sostanza, deve essere costruito da zero. A questo piano, che presumibilmente sarà illustrato a banche e imprese nell’incontro convocato dal ministro Corrado Passera giovedì prossimo, stanno lavorando il ministero dell’Economia (dipartimento del Tesoro) e quello dello Sviluppo economico. Tutto dovrebbe tradursi in un decreto attuativo già previsto dalla legge di stabilità di fine 2011 e nel quale confluiranno anche le novità introdotte dall’emendamento presentato da Antonio Azzollini e Mario Baldassari al decreto sulle semplificazioni fiscali. In particolare, l’emendamento supera la distinzione tra cessione del credito pro soluto e pro solvendo: "Sarà il mercato a decidere quale sarà la forma migliore" sostiene una fonte che lavora al dossier. Inoltre, l’obbligo di certificazione del credito, prima solo a carico degli enti locali, viene esteso alle amministrazioni centrali, anche con l’obiettivo di avere uno standard comune di certificazione, vero nodo di tutta l’operazione.

Come funzionerà il processo di certificazione. I fornitori che vantano crediti nei confronti di enti locali e amministrazioni centrali si collegheranno online alla piattaforma messa a punto da Consip e sulla quale gli stessi enti si saranno già registrati. Attraverso la posta elettronica certificata invieranno copia delle fatture non ancora pagate dalla Pa che entro 60 giorni è obbligata a rispondere riconoscendo il credito oppure contestandolo. Nel primo caso, il creditore ottiene una ricevuta elettronica che certifica il credito nei confronti dell’ente. La certificazione potrà essere utilizzata come collaterale in banca a garanzia di un prestito; oppure potrà essere utilizzata per cedere il credito alla banca.

Non serve più il notaio. Con la certificazione telematica si ottiene un altro importante effetto semplificativo, come spiegano al Sole 24 Ore autorevoli fonti ministeriali. In caso di cessione del credito, infatti, non sarà più necessario notificare al debitore la nuova titolarità del credito attraverso un notaio e con documenti cartacei. Si potrà avvertire il debitore che il pagamento va fatto ad un altro soggetto sempre sulla piattaforma elettronica utilizzata per la certificazione. Tutto il meccanismo, una volta che l’infrastruttura sarà a regime, varrà non solo per i crediti pregressi, ma anche per quelli futuri, chiudendo, si spera, una questione aperta da almeno quattro anni.

Quanti sono i debiti della Pa? Sull’entità dei crediti che i fornitori vantano nei confronti della Pubblica amministrazione, in assenza di informazioni ufficiali, i ministeri si sono tarati sulla stima che ogni anno elabora la Banca d’Italia. L’ultima è di 62 miliardi di euro, quindi ben al di sotto dei 100 miliardi indicati nei mesi scorsi dal ministro Passera e comunque inferiori ai 70 miliardi citanti più frequentemente. Non solo. Oltre alla tendenza fisiologica di qualsiasi creditore a sovrastimare quanto gli è dovuto, bisogna tener conto che gli enti in dissesto finanziario sono esclusi dall’obbligo di certificazione. Secondo uno studio del ministero dell’Interno, nel 2010 erano in questa situazione circa 440 enti. Tra questi ci sono le Regioni che stanno attuando piani di rientro del debito accumulato per la Sanità. I creditori di questi enti, dunque, non godranno del piano di smobilizzo dei crediti. L’importo che potrà essere smobilizzato dunque, secondo il ministero sarà nettamente inferiore ai 62 miliardi stimati da Bankitalia.

L’impatto sul debito pubblico. In ogni caso, tutta l’operazione dovrà essere ad effetto zero sul debito pubblico e sotto questo profilo dovrà avere l’ok di Eurostat. Perciò, anche in seguito al confronto con Bankitalia, sono stati fissati due paletti: i debiti della Pa non potranno essere dilazionati oltre i 12 mesi (perché altrimenti perderebbero la natura di crediti commerciali) e non potranno essere delegati ad altri debitori pubblici.

L'incognita sui tempi e la conferenza Stato-Regioni. Il decreto attuativo dovrebbe seguire un iter più o meno parallelo al provvedimento di semplificazione fiscale a cui ormai è collegato nella sostanza. Entro fine maggio, dunque, la nuova disciplina potrebbe essere compiuta. Ma la strada non è tutta in discesa e potrebbe rivelarsi più faticosa del previsto. Oltre al via libera della Banca d’Italia e dell’Istat, l’operazione dovrà superare un delicato passaggio nella conferenza Stato-Regioni che potrebbe allungare i tempi e complicare il percorso. Dal punto di vista tecnologico, inoltre, l’infrastruttura informatica su cui far viaggiare fatture e certificazioni, è da costruire da zero. La Consip dovrebbe avere le basi e le competenze, ma non è facile avere anche la certezza dei tempi di realizzazione.

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Categorie: Banche, economia, Imprese

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TAGS: crediti Pa, imprese, Pubblica amministrazione

13 aprile 2012 - 1:08

Energia dai rifiuti: Clini annuncia un decreto per il "carbonverde" o CSS

Un  decreto ministeriale entro fine mese per trasformare il "carbonverde" in combustibile utilizzabile nei forni delle cementerie e nelle centrali elettriche. Lo ha promesso il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini. In pratica, i rifiuti solidi urbani, una volta separata la raccolta differenziata, vengono trattati con un procedimento industriale che li trasforma in CSS (combustibili solidi secondari, diversi dal semplice CDR) con un alto contenuto potere calorico.

Il processo è stato messo a punto dal gruppo Buzzi-Unicem  (quotato a Milano) che l'ha sperimentato per due anni insieme al consorzio Alba-Bra (Cuneo) e ora è stato fatto proprio dall'associazione dei produttori di cemento. In passato sul Sole 24 Ore e su questo blog ci siamo occupati più volte degli sviluppi di questa innovazione che, secondo uno studio di Nomisma Energia presentato giovedì 12 aprile a Roma ha tre vantaggi fondamentali: vengono annullati i costi di conferimento in discarica dei rifiuti non differenziabili; viene valorizzato in contenuto calorico presente nei rifiuti con processi di recupero energetico; si riducono le emissioni complessive di Co2.

Chi volesse approfondire può leggere lo studio di Nomisma energia "Potenzialità e benefici dall'uso dei combustibili solidi secondari nell'industria"  in versione integrale. 

  Il decreto annunciato dal ministro, facendo <<uscire i rifiuti dal ciclo dei rifiuti per farli entrare nel ciclo industriale>>, dovrebbe eliminare alcuni vincoli legislativi che oggi, per esempio, impediscono il trasporto dei rifiuti da una regione all'altra o oltre un raggio di 70 km e dunque ne impediscono l'uso come combustibile nelle cementerie o nelle centrali che non siano in prossimità dell'area di raccolta. In pratica, esagerando un po', la spazzatura cessa di essere un problema e diventa un prodotto, un bene che ha un suo valore. Tanto è vero che ad Alba il gruppo Buzzi ha deciso di pagare almeno i costi di trasporto del CSS.

Inoltre, come ha sottolineato Clini, la soluzione "industriale" del ciclo dei rifiuti sottrare un fonte di affari alla malavita organizzata.

Secondo Nomisma Energia, tenuto conto che un sacchetto medio di immondizia ha il potere energetico di oltre un quarto di litro di benzina, ogni anno finiscono in discarica rifiuti con un potere calorico pari a 3,7 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio, per un valore di 2,5 miliardi di euro ai prezzi attuali. Bruciarli in impianti industriali potrebbe portare ad un risparmio di 140 euro per ogni contribuente sulla bolletta energetica, sarebbero emesse 7,9 tonnellate di co2 in meno e si creerebbero 10.700 posti di lavoro. Campania, Sicilia e Calabria che potrebbero ottenere i maggiori benefici da questa soluzione.

Leggi anche: Nelle Langhe energia dai rifiuti

e  Pronto il carbonverde di Buzzi



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Categorie: economia, Imprese, Innovazione

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TAGS: co2, risparmio energetico

10 aprile 2012 - 12:42

Quello spread di capitale umano che frena i nostri giovani

Riportato a livelli quasi ragionevoli lo spread tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e tedeschi, le differenze tra le due economie non sono azzerate. Ne restano molte altre, a cui la volatilità dei mercati finanziari è meno sensibile, ma che nel lungo periodo sono determinanti per la crescita. Una di queste è il livello di capitale umano, indice delle capacità di un Paese di svilupparsi in modo sostenibile. Tra gli indicatori del capitale umano c'è il livello di scolarizzazione. E il confronto con la Germania (ma non solo) dimostra che l'Italia «ha ampi margini di miglioramento», per usare le parole di Vittorio Grilli, il viceministro dell'Economia che nelle sue ultime uscite pubbliche ha snocciolato dati inediti dell'Ocse incrociandoli con i livelli di occupazione e disoccupazione e con la crescita del Pil.

- Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/XLaaP

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Categorie: economia, Lavoro

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TAGS: disoccupazione, occupazione, spread

4 aprile 2012 - 11:16

Le condizioni (buone) della Cdp per i 10 miliardi destinati alle Pmi

Sono finalmente disponibili i 10 miliardi messi a disposizione del sistema bancario dalla Cassa depositi e prestiti per finanziare le piccole e medie imprese. Dopo cinque mesi dalla decisione del cda della Cdp, sono state pubblicate sul sito dell'istituto le condizioni per accedere ai fondi.

Secondo le prime valutazioni di alcuni banchieri interpellati, si tratta di condizioni interessanti. Per i crediti verso la Pa, in particolare, le banche che utilizzeranno il plafond dal 5 aprile pagheranno uno spread di 35 punti base più l'Euribor a 12 mesi se hanno un Tier 1 ratio superiore al 7%.

Quelle con un Tier 1 ratio superiore al 7% pagheranno invece uno spread 90 punti base. Non sono accettati crediti con scadenze più lunghe - fa notare un banchiere. Ma questo dipende molto probabilmente dall'esigenza di non produrre alcun impatto negativo sul debito pubblico.

Condizioni plafond Cdp crediti verso la Pa 

Il Plafond PMI-Investimenti (PMI-I), destinato al finanziamento, anche nella forma del leasing finanziario, di iniziative relative a investimenti da realizzare e/o in corso di realizzazione ovvero ad esigenze di incremento del capitale circolante delle PMI. E' articolato in due sotto-plafond di 3 e 5 miliardi. Secondo il responsabile crediti alle Pmi di una delle principali banche italiane, <<le condizioni sono ancora molto buone rispetto al mercato, nonostante il beneficio si sia più che dimezzato rispetto alla stessa operazione di 8 miliardi lanciata dalla Cdp nel 2009. Ma allora le condizioni del mercato erano molto diverse>>. Il risparmio nel costo del funding per le banche, spiega il banchiere, si è ridotto da circa 200 punti base a meno di 100. In ogni caso si tratta di condizioni di vantaggio che dovrebbero essere quasi integralmente traferite all'economia reale. 

Condizioni plafond Pmi - investimenti

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TAGS: crediti verso la Pa, Pmi

30 marzo 2012 - 16:03

Ecco tutte le banche che hanno aderito alla moratoria per le Pmi

L'Abi ha pubblicato l'elenco delle banche che hanno aderito alla moratoria dei debiti delle Pmi, siglato a fine febbraio. Si tratta di 243 istituti di credito che rappresentano l'83,5% del degli sportelli su tutto il territorio nazionale.

Dal dal grafico pubblicato dall'Abi risulta evidente che la moratoria è decollata solo negli ultimi giorni, con quasi il 70% delle adesioni in termini di sportelli dal 26 al 30 marzo, il che significa che le grandi banche hanno aderito per ultime. Dopo, cioè, che è stata chiarita la vicenda delle commissioni bancarie che un emendamento al decreto liberalizzazioni aveva completamente abolito. Solo quando il pasticcio è stato corretto (con un decreto dedicato), i consigli di amministrazione hanno dato il via libera per l'adesione alla moratoria.

 

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TAGS: abi, banche, moratoria pmi

28 marzo 2012 - 11:31

Lingotti, compro-oro e criminalità organizzata. La denuncia del ministro Cancellieri

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 27 mar - A fronte di una proliferazione, negli ultimi tempi, dei negozi "Compro oro" c'é una carenza di trasparenza a cominciare dalla "oggettiva difficoltà per la tracciabilità dei passaggi di mano, in ragione di un quadro normativo che necessiterebbe di unintervento di attualizzazione, anche a beneficio di una maggiore trasparenza fiscale". A sollecitarlo é il ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, che ha precisato come il "sostenuto sviluppo del settore, che può essere interpretato anche come sintomo della forte difficoltà economica che investe alcuni ceti sociali, è un fenomeno tutto italiano". Il ministro ha denunciato come tutto ciò abbia "generato un mercato sommerso che non di rado finisce con l'alimentare condotte delittuose, l'usura la ricettazione e il riciclaggio e, specie in alcuni contesti, é agevole ipotizzare come dietro tale commercio si celino interessi della criminalità organizzata".

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Dei compro oro avevamo scritto qualche giorno fa, raccontando il ruolo che queste attività commerciali - sempre più numerose nelle città italiane - hanno nel mercato dell'oro fisico, spiegando che la disaffezione degli italiani per i gioielli, aumentata durante al crisi, sta sviluppando le attività commerciali dei compro-oro. L'oro usato, trasformato in lingotti, non viene più assorbito dall'industria orafa nazionale e viene esportato in grandi quantità in Svizzera dove, oltre ad entrare nei circuiti internazionali dell'oreficeria, è stato molto richiesto anche da investitori italiani alla ricerca di un rifugio per i prori capitali dal rischio di tasse sul patrimonio e dal default della zona euro. Ora le affermazioni del ministro dell'Interno aggiungono altri elementi di inquietudine al quadro emerso finora dalle statistiche.

Leggi anche:

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Categorie: Banche, economia, Export, risparmio

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TAGS: criminalità, export, lingotti, oro

27 marzo 2012 - 16:26

Conti in profondo rosso per il Monte dei Paschi. Arrivano le pulizie del nuovo a.d.

Giovedì prossimo il Monte dei Paschi presenta i conti del 2011 al mercato. Gli analisti interpellati da Gerardo Graziola dell'agenzia Radiocor prevedono "profondo rosso".

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 27 mar - Niente dividendo, dimezzamento dell'avviamento, forte pulizia nel portafoglio crediti con l'avvio delle pulizie dell'era Viola. Mai come quest'anno la presentazione dei conti annuali del Monte dei Paschi, giovedì a Milano, trova gli gli analisti interpellati da Radiocor ampiamente preparati. La banca nel quarto trimestre 2011 potrebbe aver realizzato un utile di una decina di milioni, indicano stime di consenso, che si aggiungerebbero ai 304 dei primi nove mesi ma sul risultato dell'anno peserà l'impairement test, "la stranezza delle regole contabili", come l'ha definita di recente il presidente Giuseppe Mussari. La svalutazione dell'avviamento di Antonveneta e Biverbanca: dai 6,5 miliardi di goodwill al 30 settembre ci si attende un taglio di almeno tre miliardi. Il bilancio in profondo rosso avrà dei vantaggi per il patrimonio: il Monte dei Paschi eviterà di pagare al Tesoro l'assegno da 160 milioni per i Tremonti bond e agli obbligazionisti Fresh 2008 circa 60 milioni di cedole.

 (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 27 apr - Il quarto
trimestre del Monte dei Paschi sconterà anche la chiusura
del contenzioso con il Fisco che ha portato la banca a
pagare nel dicembre scorso 260 milioni più gli interessi di
legge (anche se in parte controbilanciato dall'affrancamento
delle attività immateriali che nel trimestre ha dato un
beneficio economico di 239 milioni). E' sul fronte dei
crediti che ci si attende nel trimestre la mano pesante di
Viola: "Prima del beneficio della ristrutturazione, c'é il
maleficio della pulizia" afferma un analista che da anni
segue il gruppo di Rocca Salimbeni. "Mi aspetto svalutazioni
in rialzo del 50% sulla media degli ultimi trimestri"
aggiunge, sottolineando che "fino al 2010 la banca aveva
accantonato bene, poi forse l'anno scorso si sono un pò
rilassati". Sul fronte dei costi, invece, la determinazione
dell'ex direttore generale Antonio Vigni a ridurli dovrebbe
aver fruttato un segno meno importante soprattutto per
quelli operativi. Il punto interrogativo resta quello di un
nuovo aumento di capitale a causa del deficit di capitale da
3,2 miliardi indicato dall'Eba. "Chi nasce tondo non può
diventare quadrato" é l"espressione utilizzata da un
banchiere per definire l'atteggiamento dell'Autorità
bancaria europea che non ha voluto riconoscere l'approccio
sbagliato dell'esercizio sul capitale che si é rivelato
prociclico nella fase di crisi finanziaria. Valutazione
condivisa anche a Siena. L'attenzione degli analisti sarà
quindi tutta rivolta alle parole che Viola pronuncerà
sull'accoglienza del piano della banca da parte dell'Eba e
sul dialogo in corso con le Autorità. Al suo fianco ci sarà
il presidente Mussari, all'incontro di commiato con il
mercato. L'occasione, forse, per un bilancio di sei anni
alla guida strategica della terza banca del Paese.

  Ggz

Fin qui Radiocor. Decriptando l'ultima frase, un modo elegante per dire che Mussari  ha "fatto tutto da solo" perché aveva in mano banca e fondazione e perciò la responsabilità di Antonveneta è tutta sua. Un bilancio, dunque, che non può certo definirsi esaltante come avevamo raccontato nei post Montepaschi e la logica del declino.

 

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24 marzo 2012 - 0:55

Sciolto il nodo delle commissioni bancarie, la moratoria sui debiti può decollare

Finora solo pochissime banche, praticamente solo Bcc, hanno aderito alla moratora dei debiti per le piccole e medie imprese approvata a fine febbraio dall'Abi. Il motivo? Ufficialmente "tempi tecnici" per convocare i consigli di amministrazione degli istituti di credito per l'adesione alla moratoria che sospende per un anno il pagamento delle rate.

In realtà in molti hanno sospettato che il motivo fosse un altro: finché non ci sarebbe stata chiarezza sulla questione delle commissioni bancarie dichiarate illegittime da un emendamento contenuto nel decreto sulle liberalizzazioni, le banche difficilmente avrebbero accettato di accollarsi anche gli oneri della moratoria. Posizione legittima, c'è poco da dire.

Ieri però il Governo ha approvato un decreto legge che entrerà in vigore insieme al decreto sulle liberalizzazioni che dichiara illegittime e dunque nulle le commissioni sui servizi bancari solo se superano lo 0,5% a trimestre.

A questo punto l'ostacolo è stato rimosso. La prossima settimana, ad un mese dall'annuncio, l'attesa moratoria dovrebbe finalmente decollare.

Ecco il testo dell'accordo sulla moratoria e le istruzioni per l'uso.

 

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22 marzo 2012 - 17:21

L'Italia miniera d'oro per la Svizzera. Nel 2011 esportate 120 tonnellate di lingotti

Sono 120 le tonnellate di lingotti d'oro greggio esportate nel 2011 dall'Italia verso la Svizzera. Un aumento del 65% rispetto al 2010 quando le esportazioni erano state di 72,5 tonnellate. In valore, l'aumento è stato ancora più significativo grazie all'impennata delle quotazioni dell'oro nel corso del 2011: +105%, da poco più di 2 miliardi di euro a 4,27 miliardi.

Quasi la metà (58 tonnellate) dell'oro greggio esportato verso la Svizzera è stato venduto negli ultimi quattro mesi dell'anno, dopo che le quotazioni erano salite al massimo storico e la crisi del debito sovrano in Europa aveva contagiato anche l'Italia, fino alle dimissioni del governo Berlusconi e la nomina di Monti. Mesi in cui i risparmiatori hanno perso il conto delle misure correttive dei conti pubblici e temevano non solo il crollo dell'euro ma anche l'imposizione di una tassa patrimoniale.

Per capire quali flussi seguono questi lingotti, abbiamo indagato un po' e abbiamo scoperto che c'è un'azienda alle porte di Arezzo che tratta almeno la metà di quest'oro.  E' la Italpreziosi che commercia e recupera metalli preziosi.  Il direttore finanziario Andrea Aratoli ci ha spiegato cosa sta succedendo. <<Nel 1998 l'industria orafa italiana lavorava 535 tonnellate di oro puro. Nel 2011 ne sono state lavorate circa un centinaio. In 13 anni abbiamo "perso" 400 tonnellate di lavorazioni in oro>>. 

Il motivo è la <<disaffezione degli italiani nei confronti dei gioielli e i "Compro oro" nati come funghi in tutto il Paese sono da un lato la prova di questa disaffezione e dall'altro la risposta del mercato alla richiesta di disfarsi di quei 100 o 200 grammi di metallo prezioso che molti italiani hanno in casa>>.  Il risultato è un surplus di oro greggio che non viene assorbito dall'industria orafa nazionale. Allora si esporta in Svizzera <<perché per il mercato dell'oro è una sorta di hub internazionale ed è il paese che offre le condizioni di acquisto migliori. Zurigo e Chiasso sono le piazze principali. C'è un fattore di prossimità molto importante e i servizi di connessione sono sicuri, puntuali e da Arezzo e Vicenza hanno frequenza giornaliera>>. Non tutto l'oro che finisce in Svizzera rimane nel Paese. Da lì viene esportato nei paesi dove la domanda è più forte: India e Cina.

Chi compra l'oro dalla Svizzera? <<Ora come ora, la domanda più rilevante è quella che arriva dagli ETF in oro fisico>>. I 18 fondi Etf che investono in oro fisico hanno quasi raggiunto le 2.400 tonnellate. <<Ma c'è anche una forte componente che arriva da privati e altri investitori istituzionali>>. Come abbiamo spiegato in passato, c'è anche una forte domanda da parte delle banche elvetiche, soprattutto nel Canton ticino, per rispondere alla crescente richiesta di investitori privati italiani che, nell'ultima parte del 2011, cercavano rifugio dal rischio di default dell'euro e dalla minaccia di nuove tasse sul patrimonio.

 Nel 2011 le vendite di oro da investimento in tutto il mondo sono aumentate in modo rilevante: <<Per quanto ci riguarda - spiega Aratoli - l'incremento è stato del 400%. Ma questo segmento di mercato in Italia è ancora poca cosa>>. Complessivamente siamo sotto le 5 tonnellate, contro le 159,3 tonnellate raggiunte dalla Germania nel 2011 (+26% sul 2010) e le 116 della Svizzera (+25%). Colpisce anche il +99% della Turchia, a 80 tonnellate ma anche il +38% della Cina a 259 tonnellate. Il mercato più importante resta comunque l'India nonostante nel 2011 l'oro da investimento sia cresciuto solo del 5% (366 tonnellate) e la gioielleria sia addirittura calata del 14% a 567 tonnellate (dati Thomson Reuters GFMS tratti dal rapporto 2011 del World Gold Council).

<<In Italia fino al 2000 c'era il monopolio pubblico sull'oro - spiega ancora Aratoli - oggi invece si può scambiare liberamente, come se si trattasse di una valuta>>. Tirando l'acqua al suo mulino, Aratoli spiega che l'investimento in oro fisico <<non deve avere obiettivi speculativi, ma deve servire a diversificare: 5-10% del patrimonio>>. Anche con quotazioni così alte? <<E' un modo per proteggersi nel lungo termine. Per avere un piccolo capitale da parte quando si sposerà la figlia...>>.

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13 marzo 2012 - 10:55

Il Monte dei Paschi e la logica del declino -2-

Antonveneta è solo l'ultima operazione andata male nella storia recente di Mps, come abbiamo raccontato nel post precedente.

Per avere il quadro completo della logica che ha governato il Monte dei Paschi di Siena negli ultimi anni occorre fare qualche passo indietro. Fino al 1999, quando il Monte (Mussari ancora non era neppure in Fondazione) compra la Banca del Salento, una banca privata della famiglia pugliese Semeraro.

 Grande tra le piccole, la Banca del Salento ha un ufficio a Londra ed è molto attiva soprattutto sul mercato dei titoli di Stato. In un’asta al rialzo con il SanPaolo di Torino, il Monte la paga 2.500 miliardi di lire, cui negli anni successivi bisognerà aggiungerne altrettanti  per digerirla. Sembrò un favore a Massimo D’Alema. E il legame con D’Alema è Vincenzo de Bustis, manager della banca salentina che si era inventato anche Banca 121. Si sono conosciuti nel ‘94 quando D’Alema si era candidato nel collegio di Gallipoli. Dopo l’operazione De Bustis sbarca a Siena. Nel giro di un anno scoppia la grana “4 YOU” e “MY WAY”, prodotti finanziari dell’ex Banca 121: un caso eclatante di risparmio tradito di cui Monte dei Paschi dovrà farsi carico rimborsando i sottoscrittori.

Intanto il sistema bancario italiano non è più la foresta pietrificata degli anni '80 e '90. La legge Amato ha cambiato le regole e si è avviato un processo di consolidamento da cui il Monte giustamente non vuole essere tagliato fuori; Banca del Salento è poca cosa, per il salto di qualità ci vuole altro.

Banche d’affari, studi legali, consulenti sono scatenate alla ricerca di prede e cacciatori, lavorano a piani industriali per fusioni “alla pari”, propongono, a tutti possibili operazioni di aggregazione. Sono almeno tre i dossier che tra il 2003 e il 2006 vengono seriamente esaminati a Siena:

1) l’integrazione con SanPaolo-Imi;

2) la fusione con Capitalia prima dell’arrivo di Matteo Arpe;

3) la fusione con Bnl con il coinvolgimento degli spagnoli del BBVA attraverso un incrocio azionario con la Fondazione Mps.

Nessuna delle tre opzioni va in porto. In tutti e tre i casi è determinante il terrore che la Fondazione Mps, governata da Comune e Provincia di Siena storicamente appannaggio della sinistra, possa perdere per un motivo o per l’altro il controllo della banca. Il 51% è il limite al di sotto del quale non si può scendere. Oggi per forza di cose questo tabù sembra destinato a cadere. Ma nei anni scorsi è stato il punto fermo intorno al quale hanno ruotato le strategie della banca che dal 2001 sono affidate a Mussari, prima come presidente della Fondazione (con un'operazione che scatenò un putiferio a livello nazionale ed ebbe il sapore di un regolamento di conti tutto interno ai Ds) e poi, dal 2006 fino ad oggi, come presidente della banca. Carica che nel 2010, anche grazie all'appoggio di Alessandro Profumo, lo porta anche alla presidenza dell'Associazione bancaria italiana.

Le occasioni mancate negli ultimi dieci anni.

La fusione con il SanPaolo metteva insieme banche dal dna molto simile, entrambe retail particolarmente forti nei rispettivi territori. «Torino era molto determinata e il progetto industriale era valido» racconta un consulente di allora. «Fu un tentativo serio. Ma il SanPaolo era di taglia più grande del Monte e l’operazione rischiava di mettere in minoranza la Fondazione senese. Perciò fu accantonata».

Capitalia invece saltò soprattutto per paura di Cesare Geronzi. «Siena sarebbe rimasta in maggioranza perché la valutazione di Capitalia era bassissima e Geronzi, molto vulnerabile, era disposto per salvare il salvabile. Invece Mussari convinse i senesi che era un rischio troppo grosso mettersi in casa una personalità così forte e con indiscusse capacità relazionali, anche nel mondo politico, soprattutto di area cattolica. In realtà Geronzi era talmente debole (il legame con il governatore Fazio si era già rotto) che sarebbe stato disposto anche a mettersi da parte. Era un’operazione tutta italiana e Bankitalia l’avrebbe favorita».

Infine Bnl. Ci furono tantissimi incontri, in Fondazione a Siena e a Madrid. Ma anche in questo caso non se ne fece nulla. L’incrocio azionario con il BBVA spaventava troppo Siena e in particolare il sindaco di allora, Cenni. Decisivo fu però il "no" della Banca d’Italia di Antonio Fazio che stava mettendo in piedi il matrimonio dell'istituto romano con la Unipol di Consorte. Anche questa operazione (da cui Mps era comunque fuori) non ebbe sèguito se non nelle aule dei tribunali, e Bnl finì nelle mani dei francesi di Bnp.

Così il Monte è arrivato ad oggi. Tredici anni di «errori ed occasioni mancate» di cui Abn-Antonveneta è solo l’ultima tappa. Due acquisizioni che si sono rivelate disastrose, con logiche che poco avevano di economico. Le stesse che hanno portato a rinunciare ad operazioni che probabilmente avrebbero avuto più chance di successo anche perché avrebbero costretto la politica ad un ruolo di secondo piano, come accade nell'azionariato delle altre grandi banche in cui le fondazioni, ancora governate dai partiti, non hanno poteri di controllo.

Fatta eccezione per Banca del Salento (voluta dal presidente Fabrizi e dal sindaco Piccini), tutto il resto è avvenuto con Mussari alla presidennza, prima della Fondazione poi della banca. Vedremo se il successore (qualche maligno pensa che l’indicazione di Profumo da parte di Mussari sia stata un gesto di riconoscenza per il sostegno ricevuto nel 2010 per conquistare la presidenza dell’Abi) riuscirà a dimostrare più autonomia dalla politica e maggiore abilità come banchiere.

Intanto, oltre a tutto il resto, dovrà gestire la trattativa per il taglio del costo del lavoro, probabilmente con contratti di solidarietà per i 31mila dipendenti dell’istituto.

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TAGS: Banche, Bankitalia, fusioni bancarie, Monte dei Paschi, Mps, Mussari, Profumo

12 marzo 2012 - 10:24

Il Monte dei Paschi e la logica del declino -1-

Le prossime settimane saranno decisive per la banca Monte dei Paschi di Siena. Come è ovvio l’attenzione è tutta rivolta alle mosse della Fondazione e dei vertici della banca. La prima deve raccogliere le risorse per ridurre il debito contratto con 11 banche lo scorso anno per sottoscrivere l’aumento di capitale della banca. Non solo: deve decidere anche chi sarà il successore di Giuseppe Mussari. Alessandro Profumo, indicato dallo stesso Mussari, sembra ad un passo dalla nomina. La banca, poi, deve prendere una decisione sull’aumento di capitale da oltre 3 miliardi chiesto dall’Eba entro giugno. Tutte vicende di cui diamo conto ogni giorno sul Sole, di carta e online.


Ma nel guardare al futuro, è bene non dimenticare quanto è accaduto nel recente passato del Monte dei Paschi che va fiero di essere «più antica banca del mondo». Giusto per ricordare le tappe che l’hanno portata ad essere la terza banca italiana ma anche «una delle due banche, insieme alla tedesca Commerzbank, che, secondo l’autorità europea, hanno più probabilità di dover chiedere l’intervento dello Stato» come ha ricordato, con esagerazione, il Financial Times.

Sempre secondo FT, il Mps «rischia di diventare la terza vittima di Abn Amro» dopo Royal Bank of Scotland e Fortis. Ma questa vicenda è stata solo l’ultima, la più costosa, il colpo di grazia, a novembre 2007, quando il Monte dei Paschi guidato da Mussari “strappa” a suon di miliardi Antonveneta all’incredulo Santander (guidato in Italia da Ettore Gotti Tedeschi oggi allo Ior) che aveva appena preso la banca veneta dallo spezzatino di Abn Amro.

«Non ci fu nessuna valutazione economica. L’acquisizione fu fatta senza fairness opinion» racconta oggi un banchiere d’affari. Mussari paga Antonveneta 9 miliardi di euro, quasi 20 volte i ricavi, il doppio della media di mercato. Cifra che consente al Santander di realizzare nel giro di poche settimane una plusvalenza di 3,2 miliardi di euro, pari - ironia della sorte - più o meno all’aumento di capitale che oggi l’Eba chiede alla banca senese. A gennaio 2012 l’intero Monte dei Paschi, compresa Antonveneta, in Borsa vale meno della metà di quei nove miliardi.

Il titolo Mps crollò in Borsa. Per il mercato l’acquisizione era troppo costosa. E forse anche un tantino superficiale, visto che già qualche mese prima s’erano manifestate le prime chiare avvisaglie della tempesta che avrebbe travolto i mercati un anno dopo, fino al fallimento Lehman. L'operazione dava a Mps la possibilità di insediarsi nelle regioni del Nord, soprattutto nel Nord-Est, area ricca e presidiata da Lega e Centrodestra. Ma le poche voci critiche non ebbero molto spazio. Si disse, per giustificare il prezzo salatissimo del “biglietto”, che Antonveneta era l’ultimo treno che il Monte poteva prendere per fare il salto dimensionale e che bisognava battere un’offerta concorrente di Bnp.

Ma la realtà è che di treni a Siena ne avevano già persi parecchi e probabilmente migliori.  Ed è ben magra consolazione sapere che anche altri istituti di credito italiani nei due anni precedenti hanno compiuto errori simili.

(segue - seconda parte)

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9 marzo 2012 - 18:53

La strada, lunga, per contare di più in Europa

Prima l'Ici sugli immobili commerciali della Chiesa e delle Onlus; poi la Golden share; ora toccherà a Tirrenia. Tre dossier su cui l'Italia aveva altrettanti contenziosi aperti con l'Unione europea e che vengono risolti (si spera) adeguando leggi e decisioni nazionali alle regole comunitarie che l'Italia ha contribuito a formare e che ha accettato facendole proprie.

Un esecutivo guidato da un ex commissario europeo al Mercato interno e alla Concorrenza non avrebbe potuto fare diversamente. Ma passa anche da queste decisioni la strada, lunga, che porta l'Italia verso un ruolo più centrale in Europa.

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28 febbraio 2012 - 22:29

Moratoria per le Pmi: il testo dell'accordo e le istruzioni per l'uso

La firma della moratoria per i debiti delle piccole e medie imprese dà una parziale soluzione alla stretta creditizia. Nei prossimi mesi il monitoraggio di banche e imprese ci dirà quanto sarà stato utile questo accordo che - potenzialmente - riguarda circa 4,4 milioni di pmi, quasi il 95% delle aziende italiane.  

Intanto ecco alcuni documenti: 

il testo integrale dell'accordo sulla moratoria e le nuove misure per il credito alle PMI

manuale con domande e risposte   predisposto dall'ufficio studi dell'Abi

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TAGS: moratoria, pmi

27 febbraio 2012 - 16:42

Moratoria di 12 mesi a tassi invariati sui "nuovi" prestiti alle Pmi

Moratoria di 12 mesi per mutui e prestiti a tassi invariati per le piccole e medie imprese.  E' questo, insieme ai 6 mesi di moratoria per i contratti di leasing, l'aspetto più importante dell'avviso comune che l'Abi e le associazioni imprenditoriali firmeranno domani pomeriggio nella sede dell'associazione bancaria a Roma, alla presenza del ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, e del viceministro dell'Economia, Vittorio Grilli.

Alla moratoria - secondo quanto abbiamo appreso - potranno accedere anche le imprese che hanno già beneficiato dell'accordo del 2009, ma solo per i finanziamenti che non ne hanno già usufruito. I vecchi prestiti che hanno già beneficiato della moratoraria potranno godere di un allungamento del periodo di rimborso, distribuendo su una durata più lunga e quindi su più rate l'importo residuo da rimborsare.  L'allungamento delle rate è una novità rispetto all'accordo siglato tre anni orsono.

Per la moratoria "classica" sui "nuovi" prestiti il tasso di interesse resterà quello del contratto originale e dunque non sarà adeguato ai tassi attuali. Una conquista non di poco conto per le imprese che non subiranno un aumento delle spese per interessi.

L'allungamento delle rate (una novità rispetto all'avviso comune del 2009) non potrà essere superiore al doppio del tempo residuo previsto dal piano di ammortamento originario. Il tasso resterà invariato solo se tra durata residua e durata aggiuntiva  non si supera la fine del 2015. In caso contrario, i tassi saranno aggiornati tenendo conto della struttura dei tassi attuale.

Molto attesa era la moratoria anche sui contratti di leasing che sono in genere quelli con rate molto consistenti perché riguardano investimenti a lungo termine.

L'accordo che sarà firmato domani riguarda in pratica tutti i finanziamenti a lungo termine. Sulle altre misure in discussione, invece, si continua a lavorare alla ricerca di formulazioni tecniche efficaci per le imprese e non troppo costose per le banche. Oltre ai finanziamenti a breve per il capitale circolante, sono in ballo anche altre misure come il finanziamento a 18 mesi sulle scorte, le fatture a 270 giorni, su operazioni con provvista della Cassa depositi e prestiti e per quelle imprese che beneficiano delle agevolazioni fiscali per la ricapitalizzazione (Ace) previste dal decreto Salva-Italia.

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TAGS: banche, imprese, moratoria

23 febbraio 2012 - 16:01

Per il Monte dei Paschi si prospetta il contratto di solidarietà, risparmi per 60-70 milioni

Il Monte dei Paschi dà mandato al direttore generale, Fabrizio Viola, per avviare una trattativa con i sindacati per tagliare i costi. Lo si legge in una nota della banca, in cui si precisa che «l'obiettivo è salvaguardare i livelli occupazionali». Le proposte di contenimento dei costi per tutti i dipendenti
- che possono comprendere anche la riduzione dell'orario di
lavoro con l'adozione di eventuali contratti di solidarietà -
saranno argomento di trattativa con le organizzazioni sindacali.

I dipendenti del Monte dei Paschi sono circa 31.000 unità.

L'obiettivo - come riferiscono le agenzie - è quello di <<raggiungere un accordo sull'attuazione di una piattaforma articolata di interventi in
grado di incidere sulla principale componente dei costi, cioè
le spese del personale, salvaguardando i livelli
occupazionali». In pratica, bisognerà tagliare il costo del lavoro del 3% nel piano industriale 2011-2015 per riequilibrare la mancata riduzione del costo del personale dovuta alle manovre del governo sul sistema previdenziale che posticipano la maturazione del diritto alla pensione. Nel solo biennio 2011-2012 le minori uscite di lavoratori sono 450. 

I risparmi che la banca intende realizzare sono intorno a 60-70 milioni, ha scritto Radiocor, di cui 50 riducendo l'incidenza della voce lavoro.  

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TAGS: banche, contratto di solidarietà, Monte dei Paschi

19 febbraio 2012 - 10:50

Ici-Chiesa: l'emendamento Monti non scioglie il nodo del pregresso

L'emendamento del Governo Monti sulla vicenda dell'Ici sugli immobili delle associazioni no-profit, compresi quelli degli enti religiosi e in particolare della Chiesa cattolica, non risolve  - per ora - il nodo degli arretrati. Secondo le norme comunitarie, infatti, l'accertamento di un aiuto di stato illegale porterebbe al recupero delle somme di cui i soggetti interessati hanno beneficiato fino alla cancellazione dell'aiuto stesso. Almeno sei anni, partendo dal 2006. Ma è un recupero per niente facile. Ecco perché la partita delle agevolazioni Ici con Bruxelles non è ancora chiusa.

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Categorie: economia, Europa

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TAGS: esenzioni Ici, procedura d'infrazione

18 febbraio 2012 - 21:03

La Bei taglia 11 miliardi di impieghi (-18%) per non perdere la tripla A

La Banca europea degli investimenti diminuirà gli impieghi <<per proteggere la propria solidità finanziaria>>. Lo ha annunciato il nuovo presidente Werner Hoyer (tedesco) che ha sostituito il belga Philippe Maystadt alla guida della banca di finanziamento a lungo termine dell'Unione europea. Nel 2012 il volume dei prestiti sarà di 50 miliardi di euro a fronte di 61 miliardi nel 2011: un taglio del 18 per cento!

La stretta della Bei nasce dalla necessità di mantenere la tripla A. La banca, dell'Unione, infatti, è in creditwatch negativo dal dicembre scorso. Il taglio degli impieghi per quest'anno è una delle mosse per tentare di evitare il declassamento. Un'eventualità che potrebbe essere devastante per il sistema del credito europeo, visto che i portafogli delle banche sono pieni di titoli Bei, considerati fino a qualche mese fa inattaccabili. Non solo: gli azionisti, infatti, sono i 27 stati membri dell'Unione che non sono certo in grado di sopportare un aumento di capitale.

Su 61 mld prestati l'anno scorso, 54 miliardi hanno riguardato progetti nella Ue, 7 mld progetti fuori Ue principalmente in paesi che prevedono di aderire all'Unione europea. Tredici miliardi sono stati concessi a oltre dodicimila pmi e circa un terzo del volume totale dei prestiti (18 mld) ha sostenuto progetti per il clima. Nel 2011 la Bei ha concesso prestiti alla Grecia per 2 mld per diversi progetti, un volume giudicato <<sensazionale>>. L'intenzione - ha scritto Radiocor da Bruxelles - è di fare altrettanto nel 2012.

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TAGS: Bei, finanziamenti, Ue

 

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