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I meriti dell’#Eurodibattito e i punti deboli dell’Italia

Dopo qualche mese di relax, il mio amico Limonov si è rifatto vivo. Si è appassionato all’#Eurodibattito lanciato dal Sole 24 Ore e mi ha inviato questo post in cui indica quelli che considera i due punti chiave del cattivo funzionamento dell’economia italiana: il debito pubblico e la creazione di valore. Un’opinione da leggere con attenzione. (g.c.)

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Il dibattito lanciato dal Sole 24 Ore sull’euro e l’Italia ha molti meriti e qualche lacuna.

Il merito maggiore,  seppur tardivo, è di aver permesso uno scambio collettivo sul senso e le ragioni della scelta di aderire alla moneta unica. Meglio sarebbe stato, ovviamente, se tale dibattito fosse avvenuto a viso aperto ed in forma democratica 20 anni fa, quando si posero le basi della nostra partecipazione. Lo scontro avrebbe fatto nascere quella coscienza politica collettiva che è mancata in questi anni e che è alla radice degli errori di gestione e delle mancate scelte di società, nonostante fossero la inevitabile conseguenza dell’abbandono della lira e della (limitatissima e sconquassata) sovranità monetaria. Tuttavia ora lo scambio è avvenuto e le chiacchiere al vento sono ancor meno giustificabili.

Un secondo merito è di aver reso palese il reale impatto dell’abbandono dell’euro: per unanime constatazione, si tratterebbe di un evento equiparabile ad un tornado che provocherebbe una rottura del tessuto economico interno del Paese con la probabile conseguente spaccatura tra nord e sud. Dal sogno adolescenziale della libertà senza limiti stiamo quindi lentamente rientrando nel mondo adulto che tiene conto della realtà, del rapporto costi/benefici, dello stato reale dei rapporti di forza tra le nazioni ed infine dei nostri numerosi difetti. Una presa di coscienza che, come tutti gli psicanalisti sanno, permette al malato di cominciare finalmente il processo della sua guarigione.

Quello che però il dibattito non ha ancora affrontato tocca, a mio avviso, due punti chiave del dis-funzionamento attuale dell’economia italiana.

Il primo è legato alla persistente percezione che il nostro paese sia benedetto da un Dio e che i suoi vantaggi innegabili – siano essi di storia o paesaggio o cultura culinaria o centralità geografica o sede di una religione planetaria – siano un perenne hedge sui nostri concorrenti. Da questa fuorviante percezione ne nasce un’altra: che una ricchezza immateriale di tale proporzione permetta un debito pubblico molto più elevato proprio perché la percentuale sul PIL non rappresenterebbe la reale sostenibilità di tale debito – molto più ampia. In realtà, nulla di più errato: le mode passano e le nostre città d’arte prese d’assalto stanno diventando contenitori per masse che pagano altrove e rovinano qui. Molto più fondamentale, la nostra “purezza” storica e culturale è recessiva, travolta dalla fusione delle culture e dalla crescita demografica esponenziale di mondi “altri”. L’idea che, senza far nulla, quei mondi continuino all’infinito a rivolgere la testa a occidente verso questa piccola nazione di anziani riposa su una illusione di perennità dello status quo che fa sorridere.

Questo porta a parlare della seconda lacuna. L’Italia ha un bisogno urgente di un suo modello di creazione di valore in fase con l’appartenenza all’Unione europea, all’interno di un mondo globalizzato e nella prospettiva di un’accelerazione della sua emarginazione demografica. Anche questo dibattito doveva avvenire 20 anni fa ma non è ancora cominciato.

La nozione di valore va ben al di là della debole e malferma competitività del sistema economico italiano, un punto già ampiamente discusso in tutte le sedi. Se ci si limita infatti a quel dibattito si mancano alcuni snodi non più rinviabili:

1) che ruolo può svolgere il Sud in un progetto nazionale di rilancio di una “corporate Italy” che per ora non esiste? Personalmente non ho mai ascoltato da nessun politico italiano né in patria né a Bruxelles un solo accenno convincente ai due concetti assieme.

2) che cosa vuol dire “creare valore” senza distruggere ma contemporaneamente senza ingessare? La bellezza deve essere protetta ma anche gestita e governata. Che il dibattito italiano sia intrappolato da 80 anni tra rapina e distruzione del territorio, da un lato, e immobilità e feticismo storico, dall’altro, è il segno di una patologia non risolta che non ci permette di avanzare. La risultante è un continuo rinvio di ogni serio progetto d’insieme mentre il Paese si impoverisce.

3) che ruolo ha l’Italia in Europa, che significa sapere con precisione qual’è il nostro valore aggiunto alla costruzione comune. Una chiara percezione del valore aggiunto italiano servirebbe a definire meglio i nostri alleati, contrastare i nostri veri avversari, spingere le politiche dell’Unione europea verso obiettivi compatibili con i nostri punti forti. L’Unione europea “venderebbe” al mondo in questo modo anche l’Italia e il suo futuro, aumentandone esponenzialmente peso e impatto. Inutile nascondersi dietro un dito: questa percezione identitaria nuova non esiste perché il dibattito non è mai cominciato.

4) la creazione di valore si fa anche contrastando i fenomeni patologici di distruzione di valore. La coscienza che un’Italia meno corrotta è un’Italia più ricca non fa ancora parte del DNA collettivo.

Senza questa nuova coscienza corriamo grossi rischi che vanno ben oltre il problema, serio e molto acuto, della nostra partecipazione all’euro. Il dibattito sull’Europa deve quindi diventare il dibattito su cosa deve essere l’Italia. Auspico che nelle prossime elezioni se ne cominci a discuterne, finalmente con onestà intellettuale. Ci vuole grande ottimismo, ne sono conscio, ma la perennità dell’Italia unita ha questo prezzo.

Limonov