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Brexit, Trump, Le Pen e M5S: una tempesta perfetta minaccia l’unità d’Italia? (Limonov)

Un Limonov di spessore, più preoccupato del solito…

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Il 23 agosto 2005, una tempesta tropicale si formò al largo delle Bahamas e avrebbe dovuto seguire il solito corso, deviare verso nord ovest e abbattersi sulla Florida. Il che avvenne il giorno 25 ma, alla sorpresa dei meteorologi, il 26 agosto la tempesta tropicale riapparve nel golfo del Messico con una intensità crescente sino a raggiungere il livello 5, il massimo. L’ururagano Katrinaagano Katrina era nato e il 29, pur essendo sceso al livello 3, si abbatté su New Orleans facendo 1836 morti e  un costo stimato di 150 miliardi di dollari. Secondo la procura di New Orleans, tuttavia, i disegnatori ed i costruttori delle dighe di protezione della città furono i veri responsabili di circa due terzi dei decessi (e, si deve pensare, di altrettanti costi).

Il governo Renzi ha tentato per 1000 giorni una operazione di rilancio dell’economia dell’Italia basata sui seguenti pilastri: redistribuzione di alcune risorse ai ceti più in difficoltà per aumentarne la capacità di spesa, contenimento del fabbisogno pubblico sfruttando il QE della BCE che tiene i tassi del nostro debito a livelli infimi, recupero della competitività rendendo il mercato del lavoro più flessibile – Jobs Act -, migliorando le Istituzioni – cambio della Costituzione e della legge elettorale – dirigendo la nostra industria verso l’export per compensare il debole mercato interno. Nella logica renziana, la tempesta tropicale del 2008 si sarebbe finalmente arenata in Florida, come sempre.

Ma la tensione ha continuato a salire. Il 24 giugno, Brexit ha fatto saltare il porto sicuro della UE. Non che la UE sia di per sé in discussione, ma perché il processo irreversibile è di un colpo diventato reversibile e il rischio Italia è apparso per quello che è: un paese che potrebbe ritrovarsi da solo con le sue difficoltà e contraddizioni e senza la copertura dell’Unione europea. Poi Trump ha vinto le elezioni con una piattaforma protezionista che può voler dire solo una cosa: prezzi più alti per tutti a termine quindi inflazione e conseguenti tassi di interesse più alti. Il secondo pilastro dell’azione renziana è saltato e Draghi non potrà far altro che ritardare un po’ la presa d’atto di questa evidenza. In seguito, l’illusione di uno Stato più agile si è scontrata con l’onda della conservazione nel referendum del 4 dicembre e Renzi è dovuto partire. Infine, ieri la Corte Costituzionale ha certificato la morte di governi politicamente omogenei e ci ha condannato per il futuro prossimo a vivere di coalizioni deboli, litigiose, ricattatorie e, soprattutto, inefficienti.

L’Uragano è davanti alle nostre coste ed ha raggiunto il livello 5. Tra poche ore potrebbe raggiungere la riva e travolgere tutto. Basta, ad esempio, che i francesi votino Le Pen presidente. Per chi scrollasse le spalle (“è impossibile, suvvia”) anche Trump presidente era impossibile solo una settimana prima del voto. Oppure M5S potrebbe vincere le prossime elezioni e fare alleanza con le destre e formare un governo con al primo punto un referendum consultivo sull’uscita dall’euro. Impossibile? Possibilissimo, giuridicamente e politicamente. Basta uno solo di questi due eventi per provocare il crollo della moneta unica. L’Italia e le sue banche devono al sistema della BCE oltre 350 miliardi di euro senza parlare delle 2 migliaia di miliardi di Buoni del Tesoro denominati nella nostra valuta attuale. Che facciamo, li paghiamo in Nuove Lirette svalutate? O facciamo i furbi e non paghiamo? Quale sarà il tasso d’interesse per il rifinanziamento dei debiti in corso: 15, 20, 30 per cento? Qualcuno si ricorda cosa ha dovuto subire l’Argentina per una scelta scellerata di questo genere?

I costi di un tale disastro sarebbero giganteschi. E sarebbero sopportati in larghissima misura da una parte ben precisa della Nazione, il Meridione e alcune zone del Centro. Le statistiche pubblicate negli ultimi mesi mostrano unanimemente che la Lombardia, il Veneto, il Trentino-Alto Adige e l’Emilia Romagna sono saldamente ancorati al sistema produttivo continentale. Hanno un grado di competitività e di efficenza comparabile e possono reggere la gara dei costi e della qualità. Il Piemonte, il FVG, l’Umbria, la VdA e la Toscana, pur con qualche difficoltà sono subito dietro e con uno sforzo potrebbero restare legati allo stesso vagone. Tutte le altre regioni del centro e la Liguria, per motivi diversi che non posso analizzare qui, non sarebbero in grado di fare altrettanto e si troverebbero in un limbo che li distingue appena dal vagone di coda, costituito dalle due isole maggiori, la Calabria, la Campania, la Puglia, il Molise, la Basilicata. Molti milioni di compatrioti vivono in regioni che sono oramai troppo lontane: la loro industria residua affanna, la loro popolazione è impoverita e largamente sottoistruita, i servizi sono costosi ed inefficienti, la criminalità e la corruzione dilagano. Milioni di concittadini del Sud si troverebbero di un colpo alla fame o in estrema indigenza.

</span></figure></a> LA SPESA DELLE FAMIGLIE ITALIANE PER REGIONE (Istat – Infodatablog)
LA SPESA DELLE FAMIGLIE ITALIANE PER REGIONE (Istat – Infodatablog)

 

E qui si arriva alla fine del parallelo con Katrina: a causa di ripetuti errori e furbizie, i cui responsabili sono perfettamente identificabili sin d’ora, il disastro avrebbe tali proporzioni che il peso ricadrebbe sui più deboli e derelitti ma in dimensioni tali che la solidarietà nazionale da sola non ce la farebbe. Dopo aver perso la solidarietà europea a seguito di atti il cui programma si trova nelle sparate nazionaliste di Grillo e Salvini, 10 a 15 milioni di italiani si rivolgerebbero al Nord come sola ancora di salvezza. Ma il Nord non può farsi carico del debito e della sorte di così tante persone se non a rischio della sua stessa sopravvivenza. E probabilmente non lo vorrà fare, poiché sono trent’anni che si costruisce l’odio tra settentrionali e meridionali, in un crescendo tanto razzista quanto sconsiderato. Gli stessi che, come Salvini,  vogliono l’abbandono dell’euro saranno i primi ad abbandonare i campani, i calabresi i pugliesi ed i siciliani al loro destino.

Il patto nazionale suggellato il 17 marzo 1861 e ribadito nel sangue della resistenza il 25 aprile 1945 è in pericolo. Bisogna agire. Ora.

Limonov

  • barbonis |

    Il referendum é stato lo spartiacque tra la speranza di un rinnovato afflato di buon governo e lo sciattume. Lei lo ha definito “onda della conservazione”. Ahimé, no, non é così. Non é stata l’onda della conservazione, ma uno spulciato afflato di povera gente abituata a far male il poco che fa o a non farlo affatto, cha ha avuto paura di perdere quella miserabile libertà di non fare e quindi veder ridurre quei miseri privilegi che i nullafacenti esigono come mercede del loro fallimento. E’ di oggi la notizia che a Viterbo 23 lavoratori pubblici timbravano il cartellino e tornavano via, forse a casa a fare altro, o altrove, forse un secondo lavoro, o meglio, l’unico, ma, del primo, ogni mese, percepivano lo stipendio. Politicamente e culturalmente, la conquista d’Italia da parte del Piemonte ha prodotto il massacro della gente meridionale, derubandola della sua industria, della sua creatività, della sua civiltà, con una classe dirigente, quella unitaria, che massacrava, artatamente, secondo strategie ben definite, un territorio ben altrimenti vocato. Sono, pertanto, queste le motivazioni di un arretramento penoso e colpevole, di cui, non so quanto inconsapevolmente, lei scrive, implicitamente avallando la diversità antropologica degli italiani.

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