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Expo o NoExpo?

Una delle cose più belle che resiste nelle (post)democrazie è la possibilità di esprimere il proprio pensiero. In libertà. Perciò guardo con interesse ai “noExpodays” organizzati a Milano dal 29 aprile al 3 maggio, in contemporanea e in aperta contrapposizione con l’enfasi e la festa per l’inaugurazione di Expo 2015. È il bello della democrazia, appunto, nella misura in cui la libertà di esprimere il proprio punto di vista non diventa un ostacolo e un limite alla libertà di chi la pensa diversamente.

Se il confronto non diventa violento, tutti hanno da guadagnare, magari dedicando un po’ di tempo e di energie a cercare di capire le ragioni degli “altri”. Per esempio, per leggere la Carta di Milano che oggi è stata presentata da Laboratorio Expo (Fondazione Feltrinelli) e dal ministero delle Politiche agricole.

«Noi donne e uomini, cittadini di questo pianeta… riteniamo che il diritto al cibo debba essere considerato un diritto umano fondamentale. Consideriamo infatti una violazione della dignità umana il mancato accesso a cibo sano, sufficiente e nutriente, acqua pulita ed energia». Quale militante No-Expo potrebbe non sottoscrivere questo principio, da cui parte e si sviluppa il resto del documento, elaborato da un “mosaico di voci” che ha coinvolto studiosi, associazioni, cittadini di tutto il mondo. Un processo “bottom-up” che impegna chi firmerà la Carta: non solo semplici cittadini, ma anche imprese e soggetti della “società civile”, fino a coinvolgere le Nazioni Unite e, infine, chi decide: i governi.

A questi ultimi, infatti, tocca adottare leggi adatte a rendere “effettivo il diritto al cibo, ma anche per la tutela delle risorse naturali, per lo sviluppo di un sistema di commercio internazionale non discriminatorio e basato su regole condivise, in modo da eliminare le distorsioni che fanno coesistere malnutrizione e obesità, la fame cronica e lo spreco di un terzo del totale del cibo prodotto». Ai governi si chiede anche di «combattere ed eliminare» il lavoro minorile o irregolare nell’agroalimentare e di promuovere strategie che tengano conto del rapporto tra città e campagne. Insomma, un testo che – con qualche forzatura – sembrerebbe quasi essere scritto nei workshop preannunciati nel campeggio internazionale al Parco di Trenno di Milano, per i NoExpoDays, che contiene molte “parole chiave” gradite al movimento: ruolo delle donne, diritto all’energia, diritto al credito, educazione alimentare, cambiamento climatico… Insomma, “un’eredità immateriale” che l’esposizione universale di Milano vuole consegnare al mondo, arricchita dai contributi che nel frattempo arriveranno. Magari anche quelli dei NoExpoDays, affinché non succeda come in Val di Susa, dove si continua a contestare l’alta velocità ferroviaria ma è passato del tutto sotto silenzio il raddoppio del tunnel autostradale del Frejus. E sul diverso impatto ambientale ed economico che treni e tir producono sul territorio e per i suoi abitanti non credo che possano esserci dubbi.

Reprimere o contestare a prescindere – atteggiamenti spesso frutto della rinuncia a “conoscere” – per dire solo “no” è più comodo e più facile. Ma nella migliore delle ipotesi non serve a nulla.

Il vero fallimento dell’Expo